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FESTA D’ANIME (1996)

Una produzione ERT Debutto: martedì 26 novembre 1996
testo e regia

Cesare Lievi

con

Aide Aste, Franco Castellano, Maddalena Costagli, Carlo Ottolini, Marco Cavicchioli, Antonio Fabbri, Silvia Filippini, Michele Nani, Barbara Valmorin, Gianfranco Varetto, Lucia Vasini, Emanuela Villagrossi

scene

Margherita Palli

costumi

Luigi Perego

luci

Gigi Saccomandi

movimenti coreografici

Daniela Schiavone

assistente alla regia

Luca Ariano

produzione

Emilia Romagna Teatro, Centro Teatrale Bresciano

debutto

26/11/1996 Modena, Teatro Storchi


Scritto lo scorso anno e di prossima pubblicazione presso le case editrici Ricordi di Milano e Suhrkamp di Francoforte, verrà messo in scena nella prossima stagione anche al Burgtheater di Vienna e in alcuni teatri tedeschi. Per l'allestimento italiano Lievi si avvale della collaborazione di Margherita Palli per la scenografia, di Luigi Perego per i costumi, e di Gigi Saccomandi per il disegno luci.

Cesare Lievi, conosciuto ed apprezzato per la sua attività registica, in Italia non è probabilmente ancora noto per la sua produzione poetica e drammaturgica. Festa d'anime non è infatti il 'debutto' di Lievi nella scrittura teatrale, ma segue la produzione di Fratelli, d'estate (messo in scena alla Schaubühne di Berlino nel '92), di Tra gli infiniti punti di un segmento (presentato lo scorso anno in Italia) e di Variété-Un monologo (allestito al Teatro dell'Acqua di Gargnano nel '92), tutti pubblicati nella collana Ricordi Teatro.

Lievi è inoltre autore di una raccolta di versi, Stella di cenere (Marsilio, 1994), e traduttore di opere di Hòlderlin, Goethe e Rilke.


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Festa d'anime è un testo lucido, a volte atroce e affilato, nel quale le parole, essenziali e scarne, ma intrise di una poesia profonda, accompagnano situazioni e scene che spesso squarciano il velo di ipocrisia che tanto offusca la nostra contemporaneità. Lievi procede, come già era accaduto in altri suoi spettacoli, per quadri, scandagliando nelle pieghe della memoria storica e privata di una società malata, alla ricerca di una verità che sembra sfuggire ogni definizione.

"Con questo lavoro Cesare Lievi ritorna sui luoghi deputati della sua ispirazione, anzi al tema centrale, all'autentico rovello del suo teatro - pretesto: la verità come incontro con la vita e con la morte, illusione di uno squarciamento del velo, un portare alla luce ciò che preesiste, ciò che è nascosto, tremore e timore di acquisire una certezza, una rassicurazione, una conferma.

È questa l'ispirazione e insieme il tormento di Giuseppe che rientra in Italia dal Brasile per recuperare dall'album di famiglia la verità su un eccidio commesso tra Mirandola e Ferrara al tempo della "guerra
civile": una rappresaglia nazifascista della quale suo padre è tra i responsabili:

Precipita così, dentro il teatro di Lievi, una delle controversie più dibattute nella storiografia contemporaneistica e nella polemica civile del nostro paese: la disputa sul più recente passato nazionale, sulla "morte della patria", sul fondamento etico-politico della nostra convivenza associata.

Non è qui, tuttavia, il centro gravitazionale di una messa in scena in cui la tragedia italiana del '43-45 si riduce a cronaca, ad evento, tutto sommato minore, ad episodio di un itinerario metastorico, la cui posta in gioco è sapienziale - filosofica: il ricongiungimento di Giuseppe con se stesso, il recupero della sua identità, la possibilità di una riconciliazione all'interno di una biografia lacerata e divisa. Il cammino verso questa esistenziale verità - non il certo della storia, ma il vero dell'introspezione, del guardarsi dentro - prende le mosse da una realtà banale, da un luogo di ordinaria quotidianità in cui la surrealtà dei personaggi e delle atmosfere lascia presagire non un susseguirsi di fatti - una storia senza storia, dunque -, piuttosto l'approdo ad un altro mondo, quello in cui la verità si appalesa nuda, senza incrostazioni e diaframmi, là dove il ricordare non suscita rimpianto e l'incombere del futuro non determina angoscia.

Dalla pizzeria dove Giuseppe incontra il professore e sua figlia Stella - un ambiente squallido in cui circolano i luoghi comuni del costume di casa, del razzismo differenzialista, del pregiudizio acritico, persino del pentimento ideologico, dove incomunicabilità e conflitto interogenerazionale suscitano elusione e rimozione -, le dramatis personae convergono ad una paradossale, ma veritiera festa d'anime, ad un convivio di morti, di trapassati, per i quali cancellazione del vissuto, del tempo che è stato, e occultamento del futuro significano intronizzazione del presente: uno stato di grazia che coincide col recupero della verginità perduta, quasi una sorta di sospensione che, nell'annullamento del tempo, li posiziona davanti a se stessi, spettatori del proprio agire, capaci di quietare il rimorso del ricordo, di obliterare l'ansia, la sindrome di attesa.

Qui Giuseppe, che all'inizio è ben presente e partecipe, progressivamente si estranea, in una lenta, ma inesorabile alienazione. Il passato e il futuro lasciano la sua coscienza, appunto, "se ne vanno via adagio e di soppiatto". E la verità su suo padre che il professore è in grado di rivelargli, anzi di documentargli - la verità filologica della storia che si regge s u documenti e testimonianze, su fonti e materiali d'archivio - ai suoi occhi si trasfigura. Una verità arida, disumana.

Quella verità che il professore conosce dalle carte, ma non dalla vita vissuta, una vita a tal punto inaridita che lo ha portato - lui lettore di Marcuse, democratico e tollerante, forse partecipe o protagonista del '68 - a perdere inconsapevolmente il proprio figlio, a smarrire ragioni e legami che connettono la vita e la morte. Giuseppe può, dunque, conoscere la sua catarsi, incontrare la verità come redenzione e riscatto. Non la verità come sapere, conoscenza delle cose passate, recupero del rimosso, potere della memoria, rovesciamento di una sudditanza - al proprio padre, al desiderio di rivalsa, alla volontà di vendetta - insomma la verità come occasione di dominio. Non la smania di dimenticare, piuttosto la serena, pacata "consapevolezza che deve smetterla di rivolgere gli occhi al passato". Perché, come è stato scritto, "oggi il passato continua come distruzione del passato" (M. Horkheimer - Th.W. Adorno). E ciò vale in interiore hominis - il passato sul quale Giuseppe si è a lungo tormentato, sino al rischio di perdere la verità della vita -, ma ancor più per il "passato che non passa" della storia contemporanea.

A questo punto, tuttavia, dal teatro di Lievi, il discorso approderebbe all'orizzonte della nostra vicenda di ieri e di oggi e l'odierno dramma italiano si potrebbe raffigurare, forse, come tragica farsa. Qui la riconciliazione-pacificazione ispirata d a cristiana pietà o da laica commiserazione verso i morti - tutti i morti di entrambe le parti della "guerra civile" - non dovrebbe perdere la verità: il giudizio, cioè, irredimibile e irrimediabile sul senso non della morte, bensì delle innumerevoli vite vissute, smarrite, perdute.
Paolo Corsini
dalla prefazione a Festa d'anime, Ricordi Teatro, Milano, 1996.


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