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FINALE DI PARTITA - ripresa (2011)

Una produzione ERT in scena Debutto: martedì 30 marzo 2010

Teatro delle Passioni, Modena

di

Samuel Beckett

traduzione

Carlo Fruttero

con

Vittorio Franceschi, Milutin Dapcevic, Diana Hobel, Antonio Giuseppe Peligra

regia

Massimo Castri

scene e costumi

Maurizio Balò

luci

Robert John Resteghini

suono

Franco Visioli

regista assistente

Marco Plini

direttore tecnico

Robert John Resteghini

capo macchinista

Gioacchino Gramolini

sarta

Elena Giampaoli

amministratrice

Daniela Cappellini

costruzioni scena

D. ex M. srl

realizzazione costumi

Nuvia Valestri

foto di scena

Marcello Norberth

produzione

Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro di Roma, Teatro Metastasio Stabile della Toscana


Il regista Castri affronta qui per la prima volta un testo del celebre drammaturgo irlandese.
Finale di partita, capolavoro del teatro di Samuel Beckett, deriva il titolo da una mossa del gioco degli scacchi. L'analogia tra il contenuto del testo e il gioco è stata espressa dallo stesso autore, che ne era un appassionato giocatore. Protagonisti in scena Hamm, cieco e condannato a trascorrere i suoi giorni su una sedia a rotelle e Clov, il suo servo. I due vivono un rapporto conflittuale, in cui si consumano continui litigi, ma anche una reciproca dipendenza. Clov vive nell’eterna tentazione di andarsene, ma pare non esserne capace. L’incalzante botta e risposta tra l’anziano Hamm e il suo servitore, che costituisce l'ordito più evidente della trama del testo, sembra un infinito alternarsi di mossa e contromossa scacchistica. Lo stesso Beckett, nel corso di alcune prove dello spettacolo allo Schiller Theater di Berlino, spiegò: "Hamm è il re in questa partita a scacchi persa fin dall'inizio. Nel finale fa delle mosse senza senso che soltanto un cattivo giocatore farebbe. Un bravo giocatore avrebbe già rinunciato da tempo. Sta soltanto cercando di rinviare la fine inevitabile".

Se in Aspettando Godot si riesce ad intravedere un’ambientazione quasi realistica – un albero, una strada di campagna – Finale di partita si svolge in uno scenario che oggi potremmo definire post-atomico: tutto lascia presagire che sia avvenuta una catastrofe che ha cancellato pressochè ogni traccia di vita sulla terra.
La stanza in cui si consuma Finale di partita è stata paragonata da alcuni critici come l’interno di una cavità cranica, per le alte due finestre centrali che potrebbero ricordare le cavità oculari. Altre letture hanno lasciato intendere che la scena sia in realtà l’interno di una grande arca che sta solcando il pianeta all’indomani di un nuovo diluvio esiziale.



RASSEGNA STAMPA
CASTRI RILANCIA LA SOLITUDINE ALLUCINATA DI BECKETT
Avvenire – 1/4/2010 di Domenico Rigotti
Fra i grandi testi Samuel Beckett, Finale di partita è forse il più duro e spietato. Certo il più difficile da portare sulla scena. Ne ha accettato questa volta la sfida Massimo Castri il quale aveva finora rimandato il suo incontro con il grande irlandese. Anche qui come in Aspettando Godot una giornata senza tempo e tutto a presentarsi come la metafora della solitudine umana. E anche qui due esseri che attendono qualcosa, ma questa volta la landa a diventare una sorta di tana o di rifugio prigione. Si chiamano Hamm e Clov e sui loro nomi ci si può sbizzarrire. Si comporta il primo da padrone o padre padrone e il secondo da servo o da figlio. Clov a far dunque da spalla come un secondo attore visto che nella pièce non manca il gioco del teatro nel teatro. Un gioco che serve a introdurre elementi grotteschi e a corroborare una intenzione mistificatoria di melodrammatiche disperazioni. Tra loro è un agonismo senza esclusione di colpi, composto di bisogni e suppliche e ordini da una parte, di servilismo e ribellione dall’altra, di gesti contradditori, di perversità gratuite. Finchè non esplode la fuga di Clov e Hamm ad aspettare la fine sotto un piccolo sudario che gli copre il volto. E’ la pièce, l’immagine rabbrividente di una solitudine allucinata che non potrà mai essere sconfitta nemmeno da una labile visione interiore, da una tormentata trascendenza che doni il momento ineffabile di un distacco rasserenante dalla greve materia. Anche se chissà forse nell’anima di Hamm, osiamo sperare, un barlume di speranza magari penetra. Scartata l’idea di fare del luogo metafisico una grigia tana, la scena bellissima di Maurizio Balò diventa questa volta un nudo salone di segno vittoriano e il pavimento viene trasformato in una grande simbolica scacchiera dove gli accaniti giocatori Hamm e Clov si sfidano nella loro ultima partita. E in questa scena Castri realizza uno dei suoi spettacoli più rigorosi e tra i suoi ultimi forse il più riuscito. Muovendosi tra lettura simbolica e psicanalitica, alleggerendo la tragica materia con un soffice umorismo (pur sempre nero), Castri si avvicina a Finale di partita come se fosse una grande partitura musicale e ne fa vibrare ogni frase, ogni battuta. Gli attori a eseguirla in maniera perfetta. Immobile nella sua sedia a rotelle come da copione, occhialoni neri da cieco, quell’eccellente attore che è Vittorio Franceschi disegna il suo Hamm con una ricchezza infinita di sfumature, beffardo e querulo e surreali guizzi sogghignanti, ma alla fine terribilmente umano. Ben gli tiene testa Milutin Dapcevic nei panni del remissivo o finto remissivo Clov, dal passo lento e claudicante e dai movimenti a tratti burattineschi. Ma bene, a provocare stupefatta ilarità, anche Diana Hobel e Antonio Giuseppe Peligra nei ruoli minori dei due genitori, chiusi nei famosi bidoni, che sono proiezione della psiche di Hamm. Lo spettacolo, produzione di Emilia Romagna Teatro e di altri stabili, in partenza dal Teatro delle Passioni di Modena dove è stato accolto trionfalmente.

BELLO QUESTO BECKETT SEMBRA QUASI CECHOV
La Repubblica 3 aprile 2010 di Franco Quadri
Si discute da cinquant’anni della natura di Finale di partita cercando di dare un senso a una storia che non è una vera storia, come del resto non lo erano tutte quelle che godeva a creare un autore come Samuel Beckett, che alle storie non credeva e detestava quel teatro che gli diede la fama e la gloria. Non per niente questa sua tragedia comica consente un’intera gamma di svianti letture, siglandola con una delle sue formule predilette: “Non c’è nulla di più comico dell’infelicità”. Ed è assodato che nella pièce si ride della situazione di un rudere dell’istituzione famigliare, chiuso, forse da sempre, in una sorta di prigione fornita di due sole finestrelle laterali opposte da cui, in cima a una scala si possono vedere all’esterno un lato mare e un lato terra ovviamente desertici. Cieco e incapace di alzarsi dalla sua carrozzella il protagonista Hamm, nel quale sulla scia del nome si è pure tentato di identificare un simbolico relitto di Amleto, sta al centro della scena. Peraltro, davanti a lui in due bidoni in primo piano sono confinati i suoi due genitori, privati delle gambe in attesa della fine annunciata anche dal titolo scacchistico del testo, che non potrà alludere a un vero finale ma solo alla possibile partenza verso quel che resta del mondo di Clov, il servo-figliastro del paralitico, unico dei presenti ad aver serbato l’uso degli arti inferiori e che però in cambio risulta impossibilitato a sedersi. Il teatro di Beckett ritrova qui la felice espressività di quelle voci che si rincorrono senza più un soggetto, strisciando nel buio, nei suoi romanzi, e penso ad delirio di Pim in Come è, a quella sua voce stremata e senza più un soggetto che si leva tra le larve striscianti nel buio, chiedendo una fine per la propria condanna a esistere senza uno scopo.
Ora Massimo Castri, affrontando il suo primo Beckett per Emilia Romagna Teatro nella limpida scena rossastra di Maurizio Balò, non può fare a meno di rilevare il carattere seminarrativo che differenzia quest’opera dal Godot e di notare nel contempo nella scrittura un tipo di concatenazione strutturale che non appare molto distante da quella delle Tre sorelle cechoviane. Non a caso il regista le aveva messe in scena un paio di anni fa situando la vicenda in una sorta d’immobilità col suo ghirigoro di sfasate conversazioni, in un presente dilatato tra un ricordo reso indefinito dalla rarefazione dei riferimenti e una vaga speranza, in cui il grido “A Mosca, a Mosca” delle tre dolenti fanciulle poteva tradursi esattamente nel vano ritornello “Aspettiamo Godot” o più propriamente di “Basta, è ora di farla finita”. Anche qui, come in Cechov, c’è infatti un ghirigoro di conversazioni sfasate, personaggi che non sanno cosa dirsi, in un presente dilatato tra ricordi resi indefiniti dal rarefarsi dei riferimenti, e speranze sempre più spesso negate. Eccoci quindi davanti a una sorta di colorita scatola immaginaria in cui si sviluppa un dialogo tra individui sottoposti a divergenti handicap e ridotti appena possibile a monologare: e tiene banco nella sua carrozzina lo Hamm di Vittorio Franceschi, che con la sua esperienza nell’uso delle maschere riesce a condurre magistralmente la danza. Indirizza con tutti i mezzi, i movimenti del loquace Clov di Milutin Dapcevic tra le rare comparse delle mummie umane di Diana Hobel e Antonio Giuseppe Peligra nei bidoni tra i suoni vivificanti di Franco Visioli in uno spettacolo da vedere.

FINALE DI PARTITA PER DISADATTATI
Il Sole 24 Ore – 4 aprile 2010 di Renato Palazzi

Gli elementi dell’ambiente di Finale di partita sono i soliti, le due finestrelle laterali in cima alla parete, la sedia a rotelle di Hamm proprio al centro dello spazio, i bidoni dell’immondizia con dentro i vecchi genitori, la porta che conduce alla cucina: nulla di nuovo, per carità, perché Beckett non concede variazioni. Però stavolta non siamo di fronte al desolato bunker post-atomico scampato a un’ignota apocalisse, ma a una confortevole stanza con gli stucchi sui muri e persino il caminetto sul fondo. E la differenza di significato non è di poco conto.
Il vero coup de théatre, se così si può dire, avviene però verso metà spettacolo, quando il servo Clov apre una delle finestrelle, e da fuori entra non il silenzio di un paesaggio spopolato, ma un allegro vociare di bambini che Hamm e Clov non sentono o fingono di non sentire. L’effetto dura un attimo, finchè Clov richiude quasi con timore la finestra: basta tuttavia a sposare radicalmente gli orizzonti del testo, facendo dei due non gli angosciati sopravvissuti a una catastrofe, bensì dei disadattati isolati dal resto dell’umanità, esclusi dalla vita.
Giocando sulle sfumature, la regia sembra mettere in secondo piano le componenti di “teatro nel teatro” tipiche della pièce, per farne invece risaltare alcuni tratti febbrilmente patologici: Hamm, a un certo punto, non a caso parla dell’esistenza di pazzi convinti che la fine del mondo sia già avvenuta. E Clov ammette di chiedersi, a volte, se il suo cervello funzioni bene: “Poi mi passa e ridivento lucido”. Sono battute scritte da Beckett, ma che in genere passano inosservate. Tutti i comportamenti dei due personaggi vanno verso una fissità visionaria, malata: Hamm è un vecchiaccio sospettoso, ossessivo, dispotico, Clov – pantaloni troppo corti, camminata disarticolata – pare peso in una dolcezza infantile pronta a passare da risatine ebeti a improvvisi attacchi di rabbia. Il primo, incapace di “esserci”, si rifugia nelle fantasie di un ipotetico romanzo mai neppure iniziato, il secondo, nel finale, non riesce a uscire, non perché non vi sia un altrove dove andare, ma perché questo altrove non è in grado di accettarlo.
Al suo primo confronto con l’autore irlandese, Massimo Castri rimane sostanzialmente fedele al copione, e al tempo stesso strappa Beckett a Beckett, lo sposta verso una maniacalità quasi bernhardiana, come a sancire il superamento di certi traumi novecenteschi individuando invece nella paura della realtà, nella chiusura verso l’esterno una più adeguata chiave di lettura della nostra epoca. Bella e indicativa la scena di Maurizio Balò, ottima l’interpretazione di Vittorio Franceschi e Milutin Dapcevic, che mescolano un cupo delirio a una torva comicità, mentre Diana Hobel e Antonio Giuseppe Peligra danno ai genitori un livido risalto burattinesco.

SCACCO MATTO AL RE, UNA METAFORA DELLA VITA
il manifesto – 4 aprile 2010 di Gianni Manzella

Non c’è niente di più comico dell’infelicità, dica a un certo punto la deliziosa Nell, emergendo dal bidone in cui sta rinchiusa. Tocca al personaggio più marginale dire la battuta rivelatrice di Finale di partita. Ma potrebbe pronunciarla ugualmente uno qualsiasi dei tanti personaggi delle Tre sorelle. Da dove viene altrimenti tutta questa infelicità senza desideri, questo stare sempre con le valigie in mano per non andare da nessuna parte, l’incapacità di vivere il presente mano a mano che si mangia il futuro. Che ci sia Cechov dietro Beckett (o viceversa, che sia cioè il mago irlandese a spiegare l’universo cechoviano) lo si diceva da un po’ e qui se ne ha una autorevole riprova. Tanti fili si intrecciano subito nello spettacolo che Massimo Castri ha presentato al Teatro delle Passioni per Emilia Romagna Teatro. C’è la memoria appunto della bella messinscena cechoviana di qualche anno fa. E c’è la comicità messa alla prova più di recente, con precisione da teatro anatomico e volontà politica, ne La presidentessa.
Beckett certo è più riposante rispetto alla pochade di Maurice Hennequin e Pierre Veber. Conosciamo il suo humor nero e non ci spaventa più di tanto. Troppi professori anglosassoni ci hanno messo bocca. Troppi i “tentativi di capire” Samuel Beckett. Così, se il titolo suggerisce lo svolgimento di una partita a scacchi, quando pochissimi pezzi sono rimasti sulla scacchiera e si va verso l’inevitabile scacco matto, il “vecchio gioco” non può essere che una metafora della vita. E questa natura morta con bidoni della spazzatura può apparire di volta in volta un bunker dove stanno rifugiati gli unici sopravvissuti a una catastrofe nucleare o persino l’interno del cranio umano, con tanto di occhi rappresentati da due finestrelle. In realtà, molto più semplicemente, siamo su un palcoscenico e il gioco è in primo luogo quello di recitare.
Per il primo incontro con Beckett, il regista toscano ha scelto la sua pièce più teatrale, o meno performativa se si vuole mantenere aperta una dialettica fra i due termini. La più legata alla tradizione novecentesca di un teatro che ha superato la soglia del naturalismo e si apre alle nuove esperienze della drammaturgia. Punto di volta di una parabola che si sviluppa da Aspettando Godot e declinerà poi verso forme sempre più disseccate e ironicamente sperimentali. Qui siamo ancora fra le pareti pericolanti del dramma borghese, se pur svuotate, con tanto di stucchi e camino sul fondo nella scena di Maurizio Balò, che veste in maniera identica i due personaggi principali, Hamm e Clov, una giacca da camera di un bel velluto cremisi – quasi a suggerire un’intima parentela in quel rapporto ormai pinteriano. Tutto molto borghese. Ma anche molto aderente al testo. Perché quella pantomima o atto senza parole con cui si presenta Clov, quella sua andatura rigida e vacillante che rasenta la comica slapstick, quel suo avanti e indietro, e sali e scendi dalla scaletta da cui si può ancora guardare il mondo esterno, quella breve risata innaturale stanno già lì, alla lettera. Basta scrostare il testo dalle incrostazioni che vi si sono depositate sopra, e Castri in questo è bravissimo.
Recitano dunque Vittorio Franceschi e Milutin Dapcevic. Il primo, il vecchio re giunto all’ultima mossa, gigioneggia per quanto gli è ancora possibile nella situazione costrittiva in cui è condannato, cieco e seduto su una sedia a rotelle. L’altro, il servo putativo che sta lì arroccato a dargli la battuta, con un repertorio di mimiche che passano come nuvole sulla sua faccina che ha una stupita fissità alla Stan Laurel. Recitano la propria sofferenza, infervorandosi nella parte fino a urlare. Inventano romanzi patetici o raccontano storielle che a forza di sentirle non fanno più ridere. Citano Shakespeare in maniera derisoria (un topo! il mio regno per un netturbino!). Ed è come se le voci di tanto teatro che abbiamo attraversato si dessero convegno qui. Mentre i maledetti progenitori, Diana Hobel e Antonio Giuseppe Peligra, fanno da i loro bidoni le rade controscene. E intanto continuano a chiedersi perché questa commedia tutti i giorni, ridendosela dei significati. Ancora qualche fregnaccia come questa ed è finita (la vecchia traduzione di Carlo Fruttero è però più perbenista).
Ma una crepa può aprirsi anche in questo rifugio. Quelle che d’improvviso irrompono da lontano quando Clov apre per un attimo la finestra, non c’è dubbio, sono voci di bambini. Forse quell’altro inferno che sta al di là del vecchio muro è più vitale e animato di quanto si creda. Forse vale la pena di prendere in mano davvero la valigia e andare fuori. Questo teatro non è poi così tanto pessimista.

CASTRI: FINALE (APERTO) DI PARTITA
Il Resto del Carlino – La Nazione – Il Giorno – 1 aprile 2010 di Sergio Colomba

Per un regista come Massimo Castri incontrare Beckett significava toccare direttamente il punto terminale di una crisi: la catastrofe della parola e del testo, da lui già indagata come premonizione o traccia in altri autori. Il paradosso che costringe l’artista novecentesco ad esprimersi, nonostante non ci sia più niente da dire. Un teatro al grado zero della scrittura, che si disgrega e che nello stesso tempo è capace di estendersi in una specie di moto perpetuo, perché le istanze che lo compongono rimandano continuamente l’una all’altra. Queste sono appunto alcune tra le peculiarità di Finale di partita (1957), considerato il capolavoro di Beckett proprio – ma non solo – per la perfetta contrapposizione delle simmetrie al suo interno: un quadro di Mondrian con divisioni nette, separanzioni geometriche quasi musicali. Ma per raccontare un’agonia.
Primo Beckett di Castri dunque, questa nuova versione della commedia che ha appena debuttato alle Passioni di Modena. Con un tratto così deciso, definito e terso insieme, da collocare lo spettacolo al rango di un evento autentico nell’accumulo di episodi beckettiani spesso velleitari espressi dalle nostre scene. Nudo come da didascalie (qui sempre rispettate, anzi sottolineate quasi fossero battute o indicazioni di regia), il rifugio di Hamm e Clov, con in più un pavimento a quadrati bianchi e neri che richiama la metafora scacchistica su cui s’impronta la pièce.
Lì sopra si affrontano il patriarca-padrone Hamm, re perdente sulla sedia a rotelle, e il servo-figlio Clov che lo accudisce: il finale di partita e la soluzione del rapporto tra i due o il reciproco annientamento sono sempre rinviati. Vittorio Franceschi nello spettacolo è il vero punto di forza (e di sorpresa) col suo gioco d’attore in equilibrio-disequilibrio continuo, che si cita ritornando su se stesso ma incrinandosi poi nella smorfia di una fredda, autoritaria follia borghese. I toni quasi flautati del Clov claudicante di Milutin Dapcevic apparentemente stridono, ma in realtà devono fare da specchio e contrasto a quelli secchi e implacabili dell’altro. Così Castri rimette lucidamente sempre in gioco la circolarità, smonta le simmetrie, ma al contempo ci regala un saggio emozionante di teatro che pulsa, da farsi e da vivere subito, linearmente. Prendendosi un’unica libertà: la finestra che a un certo punto si apre e fa entrare un brusio animato. Dunque c’è vita dopo tutto, lì fuori nel pianeta spento: la partita ha un suo pubblico.

I VINTI DI BECKETT E LA LORO DISPERAZIONE PIENA DI SPERANZA
Libero – 8 aprile 2010 di Carlo Maria Pensa

C’è altro da dire, ancora non detto, su un dramma come Finale di partita che in cinquant’anni, dai palcoscenici di mezzo mondo, ha diffuso come un grido silente la parabola della tragica speranza dell’Uomo? Quei personaggi che Samuel Beckett fece simboli di verità, di disperazione e, forse, di fede, sono sempre lì, immutati e immutabili nel tempo: Hamm, cieco e paralizzato, sovrano del suo nulla sul vacillante trono di una sedia a rotelle; Nagg e Nell, i suoi progenitori, tronchi umani affioranti, di quando in quando, da due bidoni della spazzatura, per placare con un biscotto la loro fame eterna; Clov, il suo servo figlio, rigido e vacillante sotto il peso dell’amore e dell’odio per quel padrone tirannico. “Non può darsi”, gorgoglia Hamm, “che noi … si abbia qualche significato?”.
La risposta di Clov spiega tutto l’universo di Beckett: “Noi, un significato? Ah, questa è buona!”. Da questo grigio, da questo nero chiaro che avvolge cielo, mare e terra la storia dell’Uomo potrebbe cominciare, oppure qui potrebbe concludersi. Ma c’è la preghiera: “Padre nostro che sei nei cieli ..”.
E poiché il Padre non risponde, Hamm commenta: “Che carogna! Non esiste!”. Non esiste o è una carogna?
Eccoli dunque ancora una volta all’ultimo atto della loro desolata sopravvivenza, prigionieri del cubo chiuso di una stanza che non ha orizzonti. Tutto hanno già detto e tutto di loro è stato detto. Sembrerebbe. E invece, perché sia possibile riscoprire, anzi scoprire, nell’intreccio assurdo e nei gesti di quei quattro automi, qualcosa di nuovo, il senso stesso della nostra vita, basta che a loro si accosti un regista come Massimo Castri. Il quale affonda la lama della sua ricerca nell’umanità dei personaggi: una umanità senza speranze, senza luce, eppure, si direbbe, illuminata dal profluvio delle parole che diventano poesia. Nella scena liricamente geometrica di Maurizio Balò a dominare i ritmi della partita è Vittorio Franceschi, un Hamm che fa storia, contrastato dalle mimetiche animosità del Clov di Milutin Dapcevic; a prender fiato dai bidoni sono Antonio Giuseppe Peligra e Diana Hobel.


Suggerimenti di lettura liberamente ispirati agli spettacoli in cartellone
a cura della Biblioteca Delfini di Modena:


  • Charles Juliet, Incontri con Samuel Beckett, Archinto 2001

  • Giuseppeina Restivo, Le soglie del postmoderno. Finale di partita, Il mulino 1991



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