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IL NUOVO INQUILINO (2000)

Una produzione ERT Debutto: mercoledì 16 febbraio 2000

Brescia, Teatro Sociale
con Giancarlo Dettori, Pietro Faiella, Barbara Valmorin, Gianfranco Varetto
produzione Emilia Romagna Teatro, Centro Teatrale Bresciano

con

Giancarlo Dettori, Pietro Faiella, Barbara Valmorin, Gianfranco Varetto

di

Eugène Ionesco

adattamento scenografico e costumi

Cesare Lievi

scene

Daniele Lievi

adattamento scenografico e costumi

Andrea Taddei

luci

Gigi Saccomandi

produzione

Emilia Romagna Teatro, Centro Teatrale Bresciano

debutto

16/2/2000 Brescia, Teatro Sociale


A Il nuovo inquilino, farsa in un atto nello stile tipico del primo Ionesco, assai raramente rappresentata, mi sono accostato per la prima volta nel 1988, realizzando per il teatro di Heidelberg uno spettacolo che si avvaleva della scenografia di mio fratello Daniele.
Straordinariamente stimolante dal punto di vista teatrale, anche nel suo apparente semplicismo, il testo di Ionesco si era trasformato nelle nostre mani in quella che Botho Strauss ha poi definito clownerie filosofica.
Mi è parso necessario, in questo transito di millennio così propizio ai bilanci, tornare su quella messinscena, rivedendola profondamente, Attraverso una metafora limpida e potente, vi si parla infatti del crollo di valori che, in bilico tra comicità e tragedia, sta vivendo la cultura occidentale. E non assomiglia forse al profluvio di parole insensate di cui ci inondano i mezzi di comunicazione il lungo, demenziale quasi-monologo con cui la Portinaia, all'inizio della farsa, accoglie il nuovo Inquilino di un appartamento vuoto? Ma dalla classica comicità verbale del nonsense che domina nella prima parte, si passa a qualcosa di ancora più assurdo e inquietante, quando il "normale" episodio dell'introduzione dei mobili nuovi da parte di due Facchini si trasforma in un'accumulazione folle, caotica, opprimente, di cui il padrone di casa perde progressivamente il controllo. I mobili che via via si impossessano dello spazio scenico sono come pezzi della vita, dei pensieri e delle emozioni dell'Inquilino, che tenta disperatamente di imporre una geometria a tanto disordine.


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Ho ritenuto, per portare questa pièce al pubblico italiano, di metter mano a una nuova traduzione, dando massimo rilievo alla teatralità insita nel testo. In particolare, ho lavorato sul linguaggio della Portinaia, artificioso e astratto, ma composto quasi del tutto da frasi fatte, estratte da un contesto banale e quotidiano. Ed è proprio la mescolanza di realismo e astrazione a costituire il punto di forza dell'originale ioneschiano - e, spero, anche della mia traduzione.
Del resto, ritengo la traduzione parte integrante e punto di partenza di questa nuova regia. C'è, rispetto a quanto scritto da Ionesco, una sola aggiunta, piccola ma decisiva. Seduto in poltrona, ormai assediato dai mobili che stanno invadendo la stanza, l'Inquilino legge un brano dalla Teogonia di Esiodo, in cui si descrive la generazione dell'universo dal caos: una sorta di rimpianto compensatorio.
Molto è cambiato rispetto allo spettacolo di Heidelberg: anzitutto l'età e la maturità espressiva degli interpreti. Mentre m Germania avevo lavorato con giovani, ho qui scelto attori in grado di caricare l'azione di un'umanità più ricca e di una drammaticità più tesa. Si ha l'impressione che, per l'Inquilino interpretato da Gian Carlo Dettori, quello che vediamo in scena sia l'ultimo trasloco, l'ultimo disperato tentativo di trovare una propria dimora. La recitazione alterna toni altamente drammatici a ritmi da comica finale, con accenti addirittura circensi; in ciò è assecondata dalla scansione musicale, in cui si svaria da Satie a Schubert a motivetti da cinema muto. Siamo così fedeli alle indicazioni di Ionesco, ma come sottoponendo il suo testo a una sorta di dilatazione allucinatoria, a una lente d'ingrandimento. Questo è evidente nelle scene ideate da Daniele, che, esacerbando la disposizione geometrica suggerita nelle didascalie, danno una trasposizione visionaria del carattere del protagonista, ossessionato dal caos e timoroso del vuoto. La "lente d'ingrandimento" dell'impianto scenico non solo ingigantisce i dettagli, ma anche moltiplica le visioni, come se ogni immagine evocata ne contenesse una miriade.
Il nuovo inquilino, dicevo, ha molto da rivelare sulla condizione esistenziale dell'uomo contemporaneo; e lo sento davvero vicino, nell'impostazione 'filosofica", ai miei più recenti spettacoli. Al suo centro si colloca la percezione impaurita del vuoto, del nulla, accompagnata da un desiderio inesauribile di possedere - non soltanto oggetti, ma esperienze, passato, ricordi. Tuttavia tale desiderio, nel realizzarsi, ci soffoca e opprime.Il tentativo di essere a casa sfocia nella totale estraneità a sé e al mondo. L'Inquilino, temendo di essere nulla, vuole maniacalmente preservare la memoria (oggettivata nei suoi mobili), ma poi quella stessa memoria lo blocca e paralizza.
Questa pièce si configura così come parabola atta a indicarci la necessità di una sintesi superiore: bisognerebbe essere in grado di ricordare, senza che il ricordo ci invada e sopprima; bisognerebbe vivere il presente, senza che l'oblio di quel che siamo ci faccia precipitare nel vuoto. E forse proprio il teatro è il luogo dove si può realizzare questo equilibrio, una sorta di ordine poetico tra oblio e memoria.
Ancora una volta (come ad esempio nella mia ultima regia, Sulla strada maestra di Cechov) mi trovo alle prese con il paradosso di conciliare termini opposti: oblio/memoria, concretezza/astrazione, sogno/realtà, perdersi/ritrovarsi... Sarà perché quella teatrale, più di ogni altra arte, è in grado di rendere viva l'utopia, scardinando ogni schematismo razionalistico.
Cesare Lievi


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