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IL PRINCIPE DELLE FAVOLE (2001)

Una produzione ERT Debutto: lunedì 5 novembre 2001

Modena, Teatro delle Passioni
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Due Mondi

di

Gigi Bertoni

regia

Alberto Grilli

con

Andrea Benaglio, Sabina Laghi, Maria Regosa, Sauro Rossi

scene, costumi e oggetti

Maria Donata Papadia

progetto luci

Marcello D'Agostino

realizzazione della marionetta del Principe

Elisabetta Giacone - Teatro Stravagante di Palermo

produzione

Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro d’attore con figure

realizzazione della marionetta del Principe

Emilia Romagna Teatro Fondazione - Actor's theatre with figures

età consigliata

6-10 anni


Lo spettacolo ha inizio. Dopo le prime battute musicali, una figura avanza sul palcoscenico verso il pubblico. Tre attori, nerovestiti, mimetizzati nella penombra, ne permettono i movimenti.
È il Principe delle Favole, che ci introduce alla storia che vedremo, per poi andare a sedersi di lato sul palcoscenico, come un duca nel teatro elisabettiano, per lasciare tutta la scena all'azione degli attori.
Ed ecco partire la prima delle otto favole, collegate tra loro da una trama sottile che il Principe condurrà fino alla fine, reintervenendo ancora nel corso dello spettacolo per poi chiuderlo.
E naturalmente collegate dal fatto che tutte le storie narrate raccontano di animali.
Il sito del Teatro Due Mondi
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Sono storie tradizionali, scelte all'interno di un repertorio vastissimo anche per certe similitudini, per il ripetersi di certe situazioni, cercando così di legare tra loro provenienze differenti, miti orientali, africani ed europei - e anche romagnoli, com'è nel caso della favola dell'asino e del leone. A significare che molto prima di Walt Disney l'uomo ha affidato alla simbologia animale il compito di trasmettere valori, di rappresentare pregi e difetti, di mettere in scena i nostri errori perché i più saggi ed attenti potessero correggerli.
Ogni storia, ogni filastrocca di questo spettacolo in qualche modo è un episodio concluso, è una storia a sé.
Nello stesso tempo, ognuna è anche un capitolo di una saga, di un'avventura umana, per questo è possibile una conclusione coerente. Che è poi quella racchiusa nelle parole del Principe, la grande marionetta senza fili, che al termine si riprende il centro della scena.

Il Principe delle Favole è uno spettacolo agile che può essere replicato all'interno di una scuola, in una palestra, in un'aula magna. Ma anche in un cortile o una piazzetta, in una festa di piazza o in una sagra, là dove il teatro (quello grande, con la T maiuscola) spesso non può arrivare.
Uno spettacolo di narrazione per arrivare al piacere del racconto e dell'ascolto (della scoperta) e quindi ritornare alla narrazione, alla materialità del libro. Per questo anche abbiamo scelto di raccontare favole tradizionali tra milioni di favole possibili (e ritrovabili, stampate).
Ma anche una situazione insolita, inconsueta, che possa restare nella memoria del pubblico come un appuntamento particolare.

Le storie si alternano alle filastrocche, il canto si accompagna all'uso di strumenti musicali (nobili come una fisarmonica, o meno nobili, come un'anta di finestra utilizzata come se fosse una serie di tamburi), e gli attori utilizzano il corpo come non sempre è possibile vedere in spettacoli per le scuole. Le scene sono scarne per consentire un uso molto elastico della scena, che allude o si completa diversamente per ogni favola, ma mantengono la consueta accuratezza dei particolari che crediamo di avere sempre di/mostrato nei nostri spettacoli.

Note intorno a Il Principe delle Favole
I temi di cui volevamo parlare in questo spettacolo sono due, due gli argomenti che sottoponiamo agli educatori. Il primo tratta dell'esperienza - o per meglio dire "Il più giovane di loro già molte volte mi aveva rivolto la stessa domanda. Da dove passa il sentiero attraverso il quale si diventa uomini, e quando si conosce quand'è il momento di decidere, e come si capisce quali sono le giuste decisioni?".
Con altre parole, io stesso bambino avevo questa domanda che mi ronzava per il capo: come si diventa adulti, come si acquista la sicurezza di decidere? Il secondo cardine su cui ruota questo lavoro è la dichiarazione di quanto sia indispensabile la fantasia per vivere, ovvero la necessità vitale di continuare ad usare la fantasia, il gioco, come una ragione di vita. Come l'acqua, che liberiamo dai nostri rubinetti, che ci gettiamo addosso, nella quale nuotiamo, alla quale apparteniamo: povera e indispensabile.
L'esperienza, la trasmissione dell'esperienza; il gioco, la capacità di continuare a giocare. Due valori nell'epoca della perdita dei valori. In realtà, non è esatto: questa non è epoca di perdita di valori, ma - e forse è ben peggio - di sostituzione di valori (quindi se perdita c'è, è di vecchi valori). La capacità di affermarsi a qualsiasi costo, invece della fratellanza, della solidarietà. Che importanza può avere la fantasia oppure il gioco per un ragazzo che ha obiettivi di affermazione ben chiari, e che ha già (ed ha avuto per trasmissione di esperienza per via narrativa, la narrazione dominante del nostro tempo, televisiva) chiaro che il suo percorso sarà irto di ostacoli da superare e che potrà vincere solo abbattendoli, senza permettersi di sostenere chi inciamperà lungo il cammino. Questo insegna la narrazione dominante del nostro tempo, quella televisiva.
Il problema è non disperdere il patrimonio di valori che l’altra narrazione (quella, come dire, tradizionale?) porta con sé.
Quali valori primitivi: la scaltrezza del colibrì, capace di vincere la gara con l'aquila; l'unione di gallo, maiale e toro contro il più feroce lupo (oggi l'unione può essere una scelta tattica, non strategica, non un valore). È un caso che siano concentrate qui favole di paesi tanto diversi, Giappone e Romagna, Africa e Russia? No davvero. Non è un caso che la trasmissione dei miti per via orale abbia veicolato contenuti simili. È un pezzo di storia dell'uomo nella quale ci specchiamo volentieri.
Il principe dice prima: "Immagina che l'uccello nel cielo non soltanto possa inseguire le correnti, decifrare i venti, trarre risposte di sopravvivenza, ma che tracci un segno continuo di penna, un fraseggio costante. Che generi parole di cui non conosce il senso e il suono, ma che parlano a te, che dalla terra vedi, e rifletti, e conservi."
Poi, ancora: "Non importa che tu ora non abbia inteso. Spero che il tuo orecchio abbia lasciato entrare le parole, e la tua mente le abbia riposte con la stessa cura con cui si deve riporre un libro, un oggetto prezioso. Sarà la tua vita di ogni giorno, l'esperienza, a vestire le parole di significati, a permetterti di capirle. Se tu presterai attenzione, se non dimenticherai."
L'impegno è un elemento determinante, senza il quale non c'è vittoria. Ovvero: l'impegno non è sufficiente a garantire il raggiungimento dell'obiettivo; ma è certo che - se manca - non raggiungeremo nessun obiettivo.
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