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DINNER PARTY (2003)

Una produzione ERT Debutto: venerdì 31 ottobre 2003

Teatro Asioli, Correggio
Emilia Romagna Teatro Fondazione - CTB Teatro Stabile di Brescia

con

Bruno Armando, Franco Castellano, Maurizio Donadoni, Ugo Maria Morosi, Daria Nicolodi, Anna Nogara, Sabina Vannucchi

luci

Roberto Valerio, Rossana Martara, Mauro Malinverno, Mirko Rizzotto, Elisabetta Piccolomini, Umberto Bortolani, Alessandra Guerzoni

di

Pier Vittorio Tondelli

di

Piero Maccarinelli

regista assistente

Nanni Garella

con

Roberto Valerio, Rossana Mortara, Mauro Malinverno, Mirko Rizzotto, Elisabetta Piccolomini, Umberto Bortolani, Alessandra Guerzoni

produzione

Emilia Romagna Teatro, Associazione I Teatri Reggio Emilia

scene

Antonio Fiorentino

costumi

Claudia Pernigotti

debutto

09/04/1994 Reggio Emilia, Teatro Ariosto

luci

Robert John Resteghini

regista assistente

Gabriele Tesauri

produzione

Emilia Romagna Teatro Fondazione - CTB Teatro Stabile di Brescia


Conversazione con Nanni Garella
Come ha "scoperto" Dinner party, vi è arrivato attraverso l'opera letteraria di Tondelli?
È stato un incontro imprevisto. Avevo la necessità di proseguire il lavoro iniziato con Emilia Romagna Teatro a Scutari, in Albania, e lì, dopo aver allestito Sei personaggi in cerca d'autore di Pirandello, volevo fare un autore italiano contemporaneo.
Nelle varie letture che ho fatto, Dinner party è stato per me una vera scoperta, perché avevo letto Tondelli ma non quest'opera; e devo dire che nel panorama del teatro italiano contemporaneo è una specie di perla. È un testo molto ricco, scritto da un autore di valore che ha il pregio di inventare dei personaggi come solo i grandi autori sanno fare.
In questo si sente la sua matrice di scrittore di romanzi.
Dinner party ha poi una caratteristica: è uno spaccato degli anni '80, un periodo passato senza lasciare tracce consistenti nella letteratura teatrale. Mi ha subito affascinato la buona scrittura teatrale, le bellissime immagini, i personaggi, e su questo è nata la scelta.
Che cosa la affascina di più, la struttura o il racconto, la costruzione drammaturgica o la relazione tra i personaggi?
Come tutti i grandi autori di romanzi che scrivono per il teatro, Tondelli si porta dietro una qualità di fondo, che è quella di lavorare sui personaggi a tutto tondo, e di seguirli con coerenza nello sviluppo dell'azione. Nella struttura drammaturgica invece il testo è un po' verboso, in alcuni punti, e risente di qualche piccola lentezza nella stesura: ha bisogno dunque di qualche "aiuto"; ma questo è un servizio che, come interprete, posso rendergli e lo farò - l'ho fatto anche con autori come Svevo, ad esempio, che ha le stesse caratteristiche: grande autore di romanzi, che quando scrive per il teatro ha un po' di macchinosità.
Tondelli si ispira in parte al dramma di conversazione di tipo alto, a Eliot per esempio, anche nel titolo, a Cocktail party; ma ci sono anche molte atmosfere di tipo generazionale, alla Osborne. È un testo che si inserisce in un filone classico di teatro di conversazione, ma nello stesso tempo dà un ritratto generazionale con molta forza.
Quello che mi ha colpito allora non è stato tanto né la sapienza drammaturgica, che pure per un autore di romanzi è buona, né il soggetto, perché di ritratti generazionali nella drammaturgia contemporanea ce ne sono tanti, ma il modo di porsi di Tondelli di fronte alla materia, la sua passione, e soprattutto la consapevolezza critica nei confronti del tema di fondo: l'omosessualità nelle relazioni d'amore. C'è qualcosa di tragico in Dinner party che va al di là di una commedia di conversazione: un grumo, un motivo poetico molto forte nel rapporto tra i due fratelli Oldofredi, protagonisti della commedia: il loro amore violento, esclusivo, e - lo dico con un certo pudore - quasi incestuoso. Questo legame così forte è la molla che fa sviluppare l'intreccio. Tutti gli altri personaggi ruotano intorno ad esso, quasi come figure di una famiglia perduta.
Una famiglia perduta?
I due fratelli hanno perduto il padre e la madre da piccoli, sono rimasti senza guida in un mondo che vorticosamente sta cambiando intorno a loro. Orfani di maestri, più ancora che di genitori, pare che abbiano ricostruito da soli, nel loro chiuso affetto fraterno, quella famiglia perduta.
Così anche le loro relazioni d'amore sono improntate alla ricerca di altri fratelli e sorelle, e negli amici più maturi, di altri padri. La trama della commedia svela d'un colpo queste relazioni, mette a nudo la loro drammaticità, ma non intacca la grandezza e la purezza naturale del legame fraterno: Didi e Fredo restano soli, in un ultimo tenero abbraccio, emblematico, scultoreo, quasi mitico.
Qualche critico ha ravvisato un tratto biografico, come dirigerà la recitazione degli attori?
Mi disinteresserò completamente degli aspetti biografici, che non mi appassionano mai, tanto meno in Tondelli, che considero quasi un classico.
Credo che una delle caratteristiche di fondo del testo sia la ricerca di una lingua. Gli autori teatrali italiani hanno sempre il problema di trovarsi di fronte una lingua difficilmente parlabile, com'è l'italiano: lingua con grandi tradizioni letterarie, ma, per così dire, astratta, e costruita su ceppi dialettali. I grandi autori superano questo problema costruendosi, oltre che una poetica, una propria lingua, da Tasso a Goldoni, a Pirandello... i piccoli autori non ci riescono, e restano impigliati nella letterarietà, o, come succede oggi, nella povertà del linguaggio televisivo.
Tondelli affronta l'italiano contemporaneo, quotidiano, innalzandolo, facendolo lievitare in una lingua cristallina, a volte aspra, ma tutta sua. E trova così un eloquio alto dal punto di vista della costruzione sintattica, ricco nel lessico, ma non per questo meno parlabile.
Come ha scelto gli attori?
La scelta è stata dettata dal rapporto coi personaggi, sono quasi tutti giovani a parte due attori più maturi. Questo mi ha dato l'occasione di costruire una compagnia di attori giovani per un testo contemporaneo, che è una buona opportunità.
In Italia ci sono molti bravi attori, anche di giovane età, che possono e debbono misurarsi con i testi importanti della nostra letteratura drammatica: o con i testi come Dinner party di Tondelli, che pur essendo così vicino nel tempo, affonda le sue radici nella migliore tradizione.


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Una sosta obbligata
Ritmi frenetici, un salto in discoteca e una corsa ad una festa, vernissage nelle gallerie d'arte di Bologna e di Firenze, sfilate di moda: tutto "fu un trascorrere da un'emozione all'altra", in quei primi anni Ottanta che hanno inesorabilmente segnato l'esperienza di Tondelli. Ma qualcosa sembra inceppare "tutto un balletto e una frenesia di strizzate di mano e bacetti sulle guance e pacche sulle spalle... con le solite squizierie di linguaggio e i soliti vezzi stralunati e solo i capelli un po' phonati" e mettere a nudo, "al di là dell'apparenza di una fiesta mobile di ragazzi allegri, e anche scatenati", una sottile ambiguità rappresentata "dalla follia dei rapporti, dall'eccesso di certi riti". Tondelli riferisce che, per lui, gli anni Ottanta, finiscono già lì, nel 1983. E, infatti, un anno dopo, mentre ha qualche incertezza nella stesura di Rimini, decide, quasi per scommessa, di scrivere un testo teatrale che registra proprio "la tensione" di questo passaggio.
Nella casa di Via Fondazza ha appeso un grande cartellone sul quale ha disegnato la topografia della Riviera Romagnola che corrisponde ai luoghi in cui ha ambientato le sue storie. Via via vi ha attaccato ritagli di giornale, appunti curiosi, indicazioni di lavoro. Proprio in quei mesi però sembra guardare il suo "poster" senza trovare soluzioni: non gli suggerisce più nulla e il romanzo non va avanti. Lo scrittore, così, forse per scommessa, decide di occuparsi di teatro e inizia a scrivere, freneticamente, una commedia cui darà il titolo di Dinner Party. Vi lavora di getto, per due settimane e poi per un anno corregge e riscrive il suo copione teatrale. Cambia i dialoghi e le situazioni, fino a che redige una stesura che intitola La notte della vittoria. La spedisce al Premio Riccione-Ater per il Teatro e, nel 1985, viene premiata con un Premio Speciale della Giuria.
Non giungono però le occasioni per rappresentarla e, a parte qualche "lettura interpretativa", Dinner party resta inedito, con grande rammarico di Tondelli che definisce il suo testo "una commedia borghese, di conversazione, in cui un gruppo di personaggi si riunisce per una cena la sera dell'11 luglio 1982, quando l'Italia vince il Mundial di Spagna. Parallelamente agli echi della partita, anche sulla terrazza di casa Oldofredi si consuma un gioco crudele fatto di colpi di scena, tradimenti, rivelazioni e ambiguità".
Così il clima effervescente dei primi anni Ottanta, in un linguaggio ironico, tanto leggero, tra effervescenze e malumori, forse per dissimulare l'incombere degli eventi, viene rivissuto nel corso di una serata calda e carica di tensioni, in un appartamento in stile David Hockney, attraverso l'immaginario di due fratelli, l'uno avvocato e l'altro scrittore, di una stilista e di un'editrice, di un artista e di un cosmopolita amico di famiglia, nonché un misterioso equivoco, quello di Annie, quasi a comporre, tra vezzi, mode, squizierie, malumori e tensioni, il ritratto di una "video generation" persa nei "labirinti di passione" di Pedro Almodovar.
Dinner Party sembra affacciarsi sull'abisso delle solitudini individuali, quando al di là delle "fieste mobili" e dei "riti", dei "trip savanici" e dei "souvenir modaioli", di quell'apparenza in cui il mondo dei creativi, dei fumettari, delle prime installazioni e delle gallerie d'arte che sembrano il centro del mondo e delle discoteche in cui si rifugia la nuova creatività, si mostra il fantasma di un gioco al massacro che è dietro l'angolo. Tondelli capisce subito che il gioco è finito, che riemerge prepotente la necessità di ripensare al proprio destino al di là dei vagabondaggi metropolitani e tribali in quel "weekend postmoderno" che inizia a mostrare le sue prime crepe, tanto velocemente, come fulmineamente aveva consumato la sua visibilità.
Dinner Party mette in scena l'ultimo "weekend", quasi si trattasse di descrivere un naufragio delle anime: non sceglie la strada del dramma, ma quello della commedia beffarda in cui tutto è giocato sulle isterie e sulle nevrosi di personaggi che non sanno più riconoscere se stessi: anche loro come la Nazionale, giocano una partita ultimativa, quella che li porta a riconoscere il lato peggiore di quel lifting che hanno voluto dare alla loro personalità. È difficile, ma soprattutto doloroso ritrovare di nuovo la propria pelle. Brucia più di un'escoriazione, annienta più della cicatrice che segue un'ustione. Ecco allora che si scatena una specie di gioco al massacro interiore che coinvolge tutto: l'idea portante dello stesso "weekend" con le sue etichette generazionali, la possibilità di riconoscersi nei riti di un gruppo, il ricorso alle mode per poter identificarsi, le ambiguità di un privato vissuto all'insegna della leggerezza, i rancori verso un sé ignoto che si trasformano in un istinto di morte, la caduta degli emblemi su cui poggiava l'euforia del weekend: l'eccentrico, il tecnologico, il postmoderno, l'alternativo, il nomadismo culturale, la tradizione innovata, il fashion, lo stile, il "trend", la vita come continua "location".
Tondelli guarda se stesso e i "party" di cui è stato protagonista, i "weekend" che ha attraversato forse con quello sguardo da osservatore curioso e impietoso allo stesso tempo, in quest'ultima sera d'estate che assume il valore simbolico di una destituzione, per poter riprendersi una propria verità che nella commedia non viene pronunciata perché non c'è ed è arduo ritrovarla. Resta un senso di allarme e l'amara constatazione di un abbandono subito. Tutti, dopo questa cena, escono sconfitti, costretti a rimettersi in gioco, lasciandosi alle spalle ironie e isterie. Non solo la musica è finita, mentre resta solo un ballo accennato e grottesco nel finale della commedia. Lo scenario si chiude su una stagione di frenesie.
Pur premiato a Riccione, il testo teatrale di Tondelli non poteva trovare consensi negli anni Ottanta, perché ne rappresentava lo spirito critico, metteva in rilievo l'illusione di quel sogno in videoclip dal quale non si voleva uscire, perché troppo amara era la riscoperta della realtà. C'è voluta la crisi degli anni Novanta, ci sono volute le ombre inquiete sui destini dell'Europa, per riscoprire questo testo teatrale, diventato un "cult", usato spesso da piccole compagnie teatrali, sparse un po' in tutta Italia, come banco di prova. Ci sono volute le "mise en espace" in teatro e alla radio per rivelarne il significato simbolico di "coscienza critica" di un intero decennio. Ed è giusto che ricominci, proprio ora, a girare, per la prima volta, come spettacolo vero e proprio, nei vari circuiti teatrali italiani, ora che "ritornano" gli anni Ottanta, a far di nuovo "tendenza" nelle discoteche e nel "fashion". Purché Dinner Party non sia solo moda. Non lo è, né nella sua natura, né come valore simbolico. Degli anni Ottanta, dove tutto poteva andare al massimo come gridava in quegli anni Vasco Rossi, rappresenta, tutt'al più, una sosta obbligata.
Fulvio Panzeri


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