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DONNA ROSITA NUBILE (1996)

O IL LINGUAGGIO DEI FIORI Una produzione ERT Debutto: giovedì 7 marzo 1996

con Renato Carpentieri, Anna Maria Gherardi, Galatea Ranzi, Barbara Valmorin
produzione Emilia Romagna Teatro

con

Aide Aste, Francesco Benedetto, Renato Carpentieri, Elena Bibolotti , Patrizia Bracaglia, Celeste Brancato, Emanuele Carucci Viterbi, Sergio Ciulli, Silvia Filippini, Anna Maria Gherardi, Giovanna Magliona, Paola Morales, Galatea Ranzi, Rosario Sparno, Ba

di

Federico Garcýa Lorca

musiche

Cesare Lievi

scene

Margherita Palli

costumi

Luigi Perego

musiche

Anton Garcýa Abril

movimenti coreografici

Daniela Schiavone

maestro di canto

Emanuele De Cecchi

luci

Gigi Saccomandi

assistente alla regia

Luca Ariano

produzione

Emilia Romagna Teatro

debutto

07/03/1996 Modena, Teatro Storchi


Donna Rosita nubile potrebbe essere definito un Cechov spagnolo. Di Cechov ha infatti l'ambientazione borghese, il piacere nel disegno dei personaggi, l'ironia e la tristezza, ma soprattutto la lancinante coscienza del tempo che passa inesorabilmente rivelando quanto la realtÓ sia diversa dai desideri, dalle illusioni, e insopportabile, e dolorosa, e inesorabilmente tragica. Di spagnolo ha invece, e qui non serve spendere molte parole, lo spirito (oltre che il colore), la caparbietÓ, l'orgoglio e la durezza.
Ma non solo: il testo, perfetto nella sua struttura, offrendosi come un Cechov spagnolo, subito si nega come tale, scappa via come un'anguilla tra le mani, rivela altre influenze (quelle delle avanguardie, per esempio), palesa spigoli, inattese asprezze, splendide e modernissime intuizioni per rivelare poi alla fine semplicemente e quasi con stupore la sua assoluta originalitÓ.

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Donna Rosita nubile potrebbe essere definito un Cechov spagnolo. Di Cechov ha infatti l'ambientazione borghese, il piacere nel disegno dei personaggi, l'ironia e la tristezza, ma soprattutto la lancinante coscienza del tempo che passa inesorabilmente rivelando quanto la realtÓ sia diversa dai desideri, dalle illusioni, e insopportabile, e dolorosa, e inesorabilmente tragica. Di spagnolo ha invece, e qui non serve spendere molte parole, lo spirito (oltre che il colore), la caparbietÓ, l'orgoglio e la durezza.
Ma non solo: il testo, perfetto nella sua struttura, offrendosi come un Cechov spagnolo, subito si nega come tale, scappa via come un'anguilla tra le mani, rivela altre influenze (quelle delle avanguardie, per esempio), palesa spigoli, inattese asprezze, splendide e modernissime intuizioni per rivelare poi alla fine semplicemente e quasi con stupore la sua assoluta originalitÓ.
Tre atti. Nel primo Donna Rosita ha vent'anni. ╚ la giovinezza (le Manole ne sono lo specchio fedele) e la poesia. Parla in versi. Il mondo le appare filtrato dall'immaginazione, Ŕ quello che la sua immaginazione esige che sia, nient'altro. Nel secondo atto Donna Rosita ha superato la trentina. Le Manole sono scomparse. Al loro posto vi sono delle ragazze sfacciate (le Aiole) e delle zitelle. Donna Rosita sta nel mezzo, tra quello che non pu˛ pi¨ essere e quello che forse sarÓ. Anche le zitelle parlano in versi, ma Ŕ recitazione la loro, parodia della poesia, sua rappresentazione e melanconica evocazione. Nel terzo atto Rosita ha quasi cinquant'anni. ╚ sola. La giovinezza e la poesia sono scomparse del tutto. C'Ŕ la realtÓ al loro posto. Dolorosa. Durissima. Soprattutto per chi per anni s'Ŕ rifiutato di riconoscerla cullandosi nel sogno di poterla dominare e distruggere con la forza della propria immaginazione, del proprio io lirico. La realtÓ. E con essa bisogna fare i conti. Donna Rosita non Ŕ l'unico personaggio del dramma a vivere in un mondo immaginario. Anche la zia, anche lo zio lo fanno...e forse persino la governante che a primo acchito pare incarnare e rappresentare, nella costellazione dei personaggi, il principio di realtÓ, lo sguardo disincantato sul mondo e sulle cose, l'altro rispetto al falso idillio del mondo borghese. E il risultato Ŕ una sconfitta. La vendetta della realtÓ, perchÚ la salvezza non sta nell'anteporle un mondo di fantasmi e di illusioni, ma nella sua accettazione, accettazione della temporalitÓ e della morte, o meglio: nella reinvenzione di un equilibrio tra il desiderio e la necessitÓ del mondo e delle cose.


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Artisti

Cesare Lievi



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