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VITE IMMAGINARIE (1990)

LUCREZIO - PAOLO UCCELLO Una produzione ERT Debutto: martedì 16 ottobre 1990

Modena, Teatro Storchi
musiche Marco Tutino
produzione Ater/Ert

di

Giuseppe di Leva e Marco Tutino

da

Marcel Schwob

regia

Giancarlo Cobelli

con

Tino Schirinzi, Alice Lam, Marcella Fanzaga, Accademia Filarmonica Trentina diretta da Maurizio Dini Ciacci

musiche

Marco Tutino

soprano

Laura Cherici

scene e costumi

Paolo Tommasi

luci

Sergio Rossi

assistente alla regia

Antonio Lucifero

produzione

Ater/Ert

debutto

16/10/1990 Modena, Teatro Storchi


La storia di questo spettacolo lo rende simile a un crocicchio a cui arrivano molti percorsi. Allora c'è un vecchio amore per Schwob, un desiderio di Tutino e mio di lavorare insieme, un'ormai consolidata collaborazione tra me e Schirinzi e tra Schirinzi e l'ATER, e - ancor più retrodatato - il rapporto tra Schirinzi e Cobelli che ci portò a creare alcuni spettacoli che credo si possano definire memorabili. E c'è il desiderio di riavviare un rapporto tra il Teatro dell'Emilia Romagna e Cobelli, la consuetudine tra Cobelli e Tommasi, l'entusiasmo che questi due artisti hanno messo in questa non facile impresa.
C'è anche un'occasione specifica determinata dal fatto che Bruno Borsari, direttore di Musica Insieme, diede l'anno scorso a me e Tutino l'occasione per presentare queste Vite immaginarie in forma di concerto. Il risultato della serata fece pensare a Tutino e a me che si poteva ritornare su quel 'dramma concertante' e trasformarlo definitivamente in uno spettacolo (...).
Tutino ed io abbiamo scelto, tra le tante vite 'immaginate' da Schwob, quelle di Lucrezio e Paolo Uccello, due artisti 'maledetti'. Nel corso del lavoro di 'trasposizione' abbiamo inteso rendere omaggio anche ad alcuni scrittori e poeti che a Schwob o a Lucrezio o a Uccello si sono ispirati : Borges e Flaiano. rendere omaggio cioè alla straordinaria capacità di leggere tra le righe dei miti e delle storie, di leggere la storia dell'immaginazione e l'immaginazione della storia. E al 'folle di Marradi', Dino Campana, a cui abbiamo 'rubato' un verso, struggentemente poetico e folle appunto, come fu - ci sembra - l'opera di Uccello, e la sua vita.
Giuseppe Di Leva


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Con i due quadri di Vite immaginarie, una sorta di melologo presentato per la prima volta al Teatro Comunale di Bologna il 6 novembre 1989, inizia la collaborazione di Giuseppe Di Leva con Marco Tutino.(...)
Le Vite immaginarie, nascono dall'idea concepita da un drammaturgo e da un compositore di mettere in musica due degli schizzi tracciati con mano felice da Schwob nel 1896 (...). Schwob ricostruisce coi propri colori le vite incommensurabili di Empedocle, Erostrato, Crate, Settimia, Clodia, e molti altri (...).
Ci sono analogie tra gli episodi di vita di Lucrezio e Paolo Uccello estratti da Di Leva e Tutino fuori dal soffice magma di Schwob. Analogie evidenti, che si lascia al pubblico il compito di identificare agevolmente in gran parte.
Il poeta e il pittore sono colti in una sorta di clip che ci racconta una giornata all'estremo della loro vita, trascorsa in compagnia perversa e innominabile di giovani fanciulle destinate a turbare. Entrambe silenti, sono l'una viva e l'altra morta, poche ore prima : viva la giovane selvaggia africana chiamata a sé dall'anziano Lucrezio per scoprire in sua compagnia l'unità epicurea del mondo ; l'altra uccisa dall'indeia dopo una lunga convivenza con il grande pittore Paolo Uccello che, reso folle dal genio e dalla furia dell'arte, ne dipinge le fattezze - o crede di farlo - in un quadro supremo che sconvolgerà il grandissimo Donatello chiamato a giudicarlo.
La versione di Giuseppe Di Leva, veste d'umori poetici di rilevante finezza la narrazione di Schwob (...).
Qui, con queste Vite extravaganti dall'universo dell'opera, i due autori tentano la via del 'dramma concertante' : un attore racconta le due giornate mentre la musica si sovrappone (o sottopone) alle parole ora commentando ora cercando frizioni con il contesto letterario, lasciando a inserti vocali il compito di punteggiare e 'misurare' il racconto nella Vita di Lucrezio, e quello di incorniciarlo con due arie nella Vita di Paolo Uccello.
Un rapporto alla lontana col melodramma vena le arie composte su testi del Boiardo e del Poliziano posto in apertura e in chiusura della Vita di Paolo Uccello ; altra, invece, e meno afferrabile, è la vocalità proproa degli inserti del De rerum natura che costellano la Vita di Lucrezio.
La musica di Tutino insiste nelle Vite immaginarie, su procedimenti di derivazione minimalista, su qualche coloristica assonanza interiore coi francesi di primo Novecento, sul segno di maniera rock negli elementi sincopati. E cerca con pervicacia qualcosa che altrove nella sua produzione non ritroviamo : fa i conti a suo modo col descrittivismo (...) ; cerca convergenze con gli umori testuali sottoponendovisi docilmente - la pulsazione biologica che sottende ai sentimenti panici di Lucrezio in apertura, la sottolineatura lirica del soprano (alter dell'attore-Lucrezio) al concetto dell'unità ciclica del tempo ; disegna il contrasto tra Lucrezio e la donna in modi prossimi a quello del Michael Nyman del Mistero del giardino di Compton House proponendo a mò di manifesto il suo credo nell'unità sostanziale dell'espressione musicale, attingendo a ciò che i media del villaggio globale ci raccontano quotidianamente, e non già per volontà d'eclettismo bensì per precisa convinzione estetica (...).
Roberto Verti


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