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WOYZECK (1989)

Una produzione ERT Debutto: martedì 2 maggio 1989

Modena, Teatro Storchi
produzione Ater/Ert

di

Georg Büchner

traduzione

Claudio Magris

adattamento e regia

Mario Martone e Andrea Renzi

con

Anna Bonaiuto, Riccardo Bini, Antonia Iaia, Antonio Iuorio, Ivano Marescotti, Vittorio Mezzogiorno, Tommaso Ragno, Bruna Rossi, Marco Sgrosso, Alessandra Vanzi

scene e costumi

Lino Fiorito

musiche

Peter Gordon

luci e assistente alla regia

Pasquale Mari

produzione

Ater/Ert

debutto

02/05/1989 Modena, Teatro Storchi


Perché questo testo, perché Woyzeck?
La proposta mi è venuta da Giuseppe Di Leva, direttore artistico dell'Ert, e io l'ho accettata con molto entusiasmo. Woyzeck è un testo che mi è spesso stato vicino in questi anni, uno spettacolo che avrei sempre voluto fare. In alcuni dei miei lavori, come Otello e Filottete, ce ne sono forse degli echi. Ora è un teatro pubblico che mi dà modo di realizzare questo spettacolo, lasciandomi la necessaria libertà sull'allestimento e così tutta l'equipe artistica è comunque quella del mio gruppo.
Lei è stato l'esponente di una corrente teatrale che sembrava voler uscire dal teatro in direzione dell'elettronica e dei mezzi di comunicazione di massa, oggi invece lavora sulla grande drammaturgia tradizionale: la tragedia greca e ora il Woyzeck. Come mai?
Ho creduto a lungo alla possibilità di sviluppare una sensibilità contemporanea, basata sulla simulazione e la riproduzione, ma deviandola dalla piattezza dei media. In questi dieci anni si è verificato però un rovesciamento del panorama comunicativo, o forse semplicemente del mio punto di vista. Oggi credo che sia più giusto lavorare nel teatro, con i suoi testi e le sue tecnologie, piuttosto che elaborarne una simulazione. Mi interessano molto quelle forme narrative radicate nell'arte drammatica che permettono di scontrarsi col contemporaneo. Oggi lavoro sul rapporto tra la memoria e il presente, amo quei personaggi-paradigmi che attraversano il tempo, come Woyzeck, e che io porto nel nostro passaggio di ombre e di simulazioni per ascoltarne da qui, come un'eco, le parole immutabili.
Che cos'è il dramma di Büchner da questo punto di vista?
Il Woyzeck è stato sempre letto come il simbolo di un conflitto: conflitto sociale, conflitto di sessi e di sentimenti. Noi oggi però viviamo in una società che si rappresenta come apparente assenza del conflitto. La mia lettura del Woyzeck cerca in questo senso. Ho la sensazione che tutti i personaggi stiano su uno stesso crinale che frana, e di questa caduta mi interessa parlare.
Insomma, la sua è un 'interpretazione apocalittica di questo testo...
Si può anche dire così. Ecco, il punto fermo della mia lettura è questo: Woyzeck non è pazzo, non delira, ma vede, e bisogna credere a quello che dice. Da qui parte la mia regia.
Ma in questa maniera non vanno perduti molti significati del testo?
La lettura strettamente sociale non ci è possibile oggi, il testo non ci parla più così. Certo, di fronte a Woyzeck non c'è solo un disagio o una repressione, ma tutto l'apparato della società, politico e scientifico, sociale e personale. E di questo dobbiamo tener conto. Ma se crediamo a Woyzeck il discorso si allarga, non si restringe.
Torniamo a Woyzeck. Lei dice che gli vuoI credere. Che cosa significa questa posizione?
Woyzeck percepisce dei segni che cerca di mettere in ordine, per trarre da essi un senso. Potrei dire perfino che quello di Woyzeck mi sembra un percorso cristologico, una via verso il sacrificio, un itinerario iniziatico buio e inconsapevole, e per questo da non decifrare, evitando di leggere arbitrariamente quei segni esoterici così evidenti per lui. Ma un punto è fondamentale: in questo spettacolo io cerco di vedere la vicenda con i suoi occhi, di far vedere come lui percepisce la sua storia, e non di giudicare lui e gli altri. Certo, Woyzeck è un uomo ignorante, rozzo e geloso, e il suo ambiente è disperato come lui. Ma la sua esperienza visionana è autentica e di lì bisogna partire.
Com'è arrivato a questa impostazione?
Mi ha aiutato molto la ricostruzione del testo fatta da Lehmann, di cui si è avvalso Claudio Magris per la traduzione italiana, che sposta l'ordine tradizionale delle scene del dramma (che Büchner come si sa non pubblicò mai), in una maniera che a me sembra suggerire una continuità piuttosto che la tradizionale sequenza di frammenti, una giornata intera da una notte all'alba del giorno dopo, e dunque un mondo compatto, chiuso, autosufficiente. Ma vorrei anche dire che Woyzeck, nella sua riflessione, è fratello di quel Filottete, su cui ho molto lavorato negli scorsi anni. Sono gli interpreti di due solitudini profonde, due personaggi che nella mia lettura dialogano con ombre, fantasmi. Ma Filottete ha una ferita al piede, vive solo, vuole il conflitto, ed è rabbioso; mentre Woyzeck, che il conflitto lo subisce incessantemente, è ferito in qualche modo alla testa, ed è anche sereno.
Che cosa vuoI dire che è sereno?
Quando ho cominciato il lavoro con gli attori, davo quindi questa indicazione di partenza, il percorso di Woyzeck come esperienza visionaria. Alla lettura della prima scena, quella delle visioni apocalittiche che nella traduzione di Magris apre il testo, è risuonata subito nelle parole di Woyzeck una strana serenità, al posto della rabbia o della follia agitata che sarebbe stato possibile trovarci. Ecco, avevamo tracciato il solco, così, molto naturalmente.
E Marie?
È innocente e puttana, Marie, l'ultima creatura davvero viva nell'universo sterile e contaminato che ha intorno. Quando ormai tutti i segni della sua visione e del suo calvario corrispondono, Woyzeck dice a Marie: "il momento è venuto", e la uccide, sottraendola così a ciò che di tremendo egli presagisce. L'assassinio è l'ultimo, profondissimo, atto d'amore.
Il pubblico sarà colpito dal fatto che il Dottore, una delle figure centrali fra i persecutori di Woyzeck, in questo spettacolo sia diventato una donna. Perché ha fatto questa scelta?
"Il Dottore vuole sedurre Woyzeck, comprendere ciò che egli vede e farlo proprio, e per questo lo tenta, attraverso il suo sadismo. Nella mia intuizione è sempre stato un ruolo femminile. Ma anche il capitano e il tamburomaggiore sono trasfigurati, visti attraverso gli occhi di Woyzeck e Marie. Del resto tutti i personaggi sono rinchiusi nello stesso spazio ristretto, e condividono in qualche misura l'esperienza di Woyzeck. Potrei dire che costituiscono una sorta di coro moderno, un'unità al cui interno vivono personalità molto diverse, dall'ebreo consapevole che vende a Woyzeck il coltello per il delitto, all'amico Andres, dall'ermafrodita Kàthe a tutti gli altri.
Sono rinchiusi in una scenografia macchina...
Non si tratta, credo, di una macchina, ma di un processo che ha un percorso parallelo al nostro adattamento. Ho concepito la scenografia come un movimento che precipita un ambiente chiuso e protetto nel vuoto, come un corpo in caduta libera di cui sia possibile cogliere le fasi della discesa. La struttura spaziale fa parte, per me, del processo drammaturgico, ed è per questo che ho la necessità di progettarla in prima persona. Ma insieme al ferro della struttura c'è il lavoro sui colori di Fiorito, che è anch'esso un processo di energia, allo stesso modo della progressione delle luci di Mari.
C'è un'attualità di questo Woyzeck apocalittico, qualcosa in questa lettura che ci riguarda?
Io mostro un gruppo di uomini rinchiusi in un luogo dove tutto è mescolato, vita militare, quel tanto di intimità che hanno, i segni della distruzione che Woyzeck interpreta. Tutto questo non assomiglia al nostro mondo, ma a un'inquietudine che ci appartiene e di cui dobbiamo serbare coscienza...
...l'Apocalisse. Ma è questa la nostra realtà?
No. Del resto, lo sappiamo, Woyzeck è matto...
Colloquio con Mario Martone, a cura di Ugo Volli


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