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ZIO VANJA (1999)

Una produzione ERT Debutto: venerdì 8 ottobre 1999

Venezia, Biennale Teatro
produzione Emilia Romagna Teatro, Compagnia Teatrale i Magazzini

con

Miriam Acevedo, Stefania Graziosi, Sandro Lombardi, Luisa Pasello, Lucia Ragni, Franco Scaldati, Alessandro Schiavo, Roberto Trifirò, Massimo Verdastro

di

Anton Cechov

traduzione

Fausto Malcovati

traduzione

Federico Tiezzi

scene e costumi

Pier Paolo Bisleri

luci

Domenico Maggiotti

produzione

Emilia Romagna Teatro, Compagnia Teatrale i Magazzini

debutto

08/10/1999 Venezia, Biennale Teatro


Affascinato dalla messa in scena di autori che hanno alle spalle tradizioni teoriche, alla ricerca di un'estetica teatrale che abbia forza e linguaggio autonomo, Tiezzi affronta Cechov e la sua opera che più lo affascina togliendolo dall'involucro retorico e naturalistico in cui la tradizione l'ha inchiodato e ne sottolinea il lato astratto e concettuale inseguendo piuttosto la storia dei cuori e delle anime, quella necessità di vita che definisce tutti i personaggi.
Il testo giunge alla scena nella traduzione di Fausto Malcovati, che ha trasferito sulla pagina il ritmo dinamico dei pensieri, il movimento un po' stralunato delle battute cechoviane, e che Tiezzi ha fatto diventare un atto unico, senza intervallo, per poter leggere in sequenza l'originale scansione in quattro tempi e sottolineare così i cambiamenti emozionali dei personaggi in maniera più evidente, sorta di Moralità che fa risaltare anime e azioni.
All'interno della scena di Pier Paolo Bisleri, pensata come una grande isola, prigione che costringe i suoi abitanti da cui solo alcuni riusciranno ad andarsene, sono molti i rimandi all'arte contemporanea. Il punto di partenza è l'associazione che Tiezzi individua tra Astrov e Joseph Beuys, che della Natura ha fatto un'identità, così come il sipario di Giovanni Frangi evoca la meraviglia dei boschi racchiudendola in un folgorante segno astratto, mentre il mondo russo giunge attraverso le suggestioni scaturite dallo sguardo visionario e coreografico di Paradjanov.


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Appunti su Zio Vanja
di Federico Tiezzi

Attraverso un esame dei quattro atti emergono aspetti importanti, da cui partire per una lettura di Zio Vanja. Nel testo di Cechov ci sono tre strati. Il primo è quello del Vero e della Trama, che sembra banale ma è piena di colpi di scena, e divertente nei personaggi, con atmosfere e trovate che alleggeriscono e variano l'azione. In questo strato c'è la storia di alcuni esseri umani che si innamorano di una donna già sposata: è uno strato "realistico". Il secondo è quello della Storia, non come costume o attrezzeria, ma come rapporto tra il prima e il dopo in contrasto dialettico: classi che vengono spazzate via e arrivo di altre classi, civiltà industriale che avanza spazzando via tutto il precedente, anche nella sua bellezza. I personaggi sono loro stessi e parte della Storia che si muove: una borghesia possidente che sta morendo di apatia e di assenza, e una classe sociale che preme, costituita dai contadini e dai loro scarponi che sporcano. Il terzo è quello della Vita, con i vecchi e i giovani, la natura, il tempo che passa, la permanenza e l'impermanenza.
In ogni atto di Zio Vanja sono compresenti questi tre strati. Il primo atto è l'atto della Natura e del tempo che opprime al pari di quel cielo nuvoloso. Il giardino con i suoi alberi e la natura che muore nel discorso di Astrov sono un primo piano cinematografico attraverso il quale lo spettatore accarezza le vicende dei personaggi. Accanto a questo elemento di natura ce n'è un altro importantissimo e appena accennato all'inizio con l'arrivo di Serebrjakov dalla passeggiata ed è la terra intesa come proprietà, come latifondo, senza la quale la Russia ottocentesca non esiste. La Russia, senza il problema della terra e delle comunicazioni interrotte dalla neve invernale, non è la Russia.
Altro elemento importante è il periodo, la stagione in cui si ambienta il racconto. Siamo alla fine dell'estate: da una parte è il tempo dei lavori che precedono l'inverno e che invece con l'arrivo di Serebrjakov e di Elena muta in lassismo e pigrizia, anche se questo ozio obbliga i personaggi a pensare e a riflettere e, se non a mutare, a maturare; dall'altra il mutamento climatico ricostruibile nel testo tra afa-pioggia-vento è essenziale ai mutamenti 'nervosi' dei personaggi.
La natura è quella cosa permanente che si rigenera continuamente e che dura anche dopo mille anni, opposta all'impermanenza degli uomini e dei sentimenti. Tutto, sembra dire Cechov, passa: gli uomini, i sentimenti, le tempeste del cuore, solo la natura a dispetto di tutto e di tutti i mutamenti continua la sua strada "come valore eterno". Il centro è la natura-madre nei suoi due elementi: la morte, contenuta nelle parole di Astrov, e la rinascita, che è nelle rose di Vanja o negli alberi che danno ombra nel giardino o che saranno piantati per crescere.
Il secondo e il terzo sono gli atti della casa, della famiglia. Il secondo è quello delle confessioni notturne dove tutto si libera coperto dall'ombra della notte, attraversato da un senso di intimità anche se i personaggi sono percorsi da un infinito nervosismo. Qui il linguaggio è più libero e più liberato dagli schemi della convenienza quotidiana, non c'è luce, tutto è felpato a causa di quella nevrotica insonnia di Serebrjakov. Fino dalle battute iniziali il tempo è l'elemento centrale: la natura permanente e eterna è fuori della casa, siamo invece in presenza dell'impermanenza: come di orologi che suonano la stessa ora, sfalsati di qualche minuto, non si sa mai che ora è. È l'atto del monologo sul tempo di Vanja, l'atto in cui la balia fa il suo discorso sulla tenerezza della vecchiaia. Intendiamoci, i personaggi non sono "vecchi", parlare di vecchiaia è parlare del tempo che corre via veloce, che è insistente e ineluttabile, la rabbia deriva dal passaggio del tempo, dall'impossibilità di riprenderlo. Tutto è nudo in questa casa, niente ninnoli, niente fotografie, nessuna memoria. Sembra di essere in quell'ambiente di Beuys dove l'artista ha vissuto per 40 giorni con un coyote. Come se le finestre fossero murate.
Il terzo atto è invece quello dell'esplosione, in cui tutto viene alla luce, connesso allo studio anatomico che Cechov fa delle anime. È l'atto della ragione dopo la notte dell'irragionevolezza, tutto permeato, anche in sua assenza, di Serebrjakov, del suo pragmatico, gonfio e astratto pensiero È l'atto più gelido, riscaldato dalle carte geografiche colorate di Astrov, dal suo bacio a Elena, e dal mazzetto di rose di Vanja. È un atto in bianco. L'atto 'medico' dove i personaggi sono visti sotto la lente dell'entomologo, dove ognuno di loro è solo con i suoi pensieri tempestosi. In questo atto c'è una battuta di Serebriakov importantissima, quando afferma che quella casa è troppo grande, che ci si perde e non si trova mai nessuno. È l'occhio lucido e acuto di Serebriakov, che nota la solitudine che alberga in quella casa, il senso di vuoto che lascia e dal quale fuggirà per rifugiarsi a Charcov tra la gente. È una casa maledetta: troppo silenzio, troppa natura, troppa pioggia. È una casa con troppe stanze in mezzo a una pianura troppo grande. In questo atto vi è il lungo monologo di Astrov sulla scomparsa della natura sotto i colpi della civiltà che avanza, che porta distruzione e decadimento. È quello che è successo anche in Italia: l'abbandono delle terre da parte dei contadini che si rifugiavano in città per una vita migliore e si rivolgevano, con un senso di rabbia, verso quella medesima terra che li aveva nutriti ma anche causato fatiche e sforzi inumani, costruendo orrendi condomini.
E infine il quarto atto: siamo nella stanza di Vanja. Qui Cechov si dilunga nella spiegazione di come è messa la mobilia della camera: capiamo che rispetto alle altre due stanze della casa in questa vive un disordine fatto per accumulo. C'è tutto quello che serve e anche un di più che non serve. È la stanza del fattore. C'è da chiedersi come mai con tutte quelle stanze a disposizione Vanja abbia scelto di ammassare tutta la sua vita in quella stanza, dove si ricevono i contadini e si lavora come in un ufficio, dove gli altri componenti della famiglia vengono a lavorare, dove Astrov ha un suo tavolo da disegno. È l'ambiente di un uomo molto prudente, nel quale stanno tutti quando Serebrjakov non c'è, sia per risparmiare copeche, sia per essere più vicini, per fare famiglia in quell'enorme casa in mezzo a quella desolata pianura di boschi. E i saluti avvengono genialmente in questa stanza perché è ritenuta da tutti i personaggi il centro, il cuore caldo della casa, un luogo che si differenzia dagli altri perché contiene la vita di una persona.


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Compagnie

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