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LA BOTTEGA DEL CAFFE' (1998)

Una produzione ERT Debutto: giovedì 5 febbraio 1998

Reggio Emilia, Teatro Ariosto
con Paolo Bonacelli
produzione Emilia Romagna Teatro, Teatro di Sardegna

con

Paolo Bonacelli, Eugenio Allegri, Celeste Brancato, Gabriele Calindri, Camilla Frontini, Modou Gueye, Paolo Meloni, Cesare Saliu, David Sebasti, Sandra Toffolatti

di

Carlo Goldoni

e

Gigi Dall'Aglio

con

Paolo Bonacelli

e

Eugenio Allegri, Celeste Brancato, Gabriele Calindri, Camilla Frontini, Modou Gueye, Paolo Meloni, Cesare Saliu, David Sebasti, Sandra Toffolatti

musicisti

Stefano Mora, Paolo Roncroffi, Nicoletta Toschi

scene

Armando Mannini

costumi

Elena Mannini

musiche

Alessandro Nidi

produzione

Emilia Romagna Teatro - Teatro di Sardegna

debutto

5 febbraio 1998 Reggio Emilia Teatro Ariosto


Quando Goldoni scrisse in veneziano le disavventure di un giovane che non riusciva a sottrarsi al demone del gioco e subiva i torti di un pettegolo maldicente, pensò di aver toccato temi e caratteri degni di una maggiore universalità. Così, per evitare, senza peraltro riuscirvi, che qualcuno nella penisola italica gli rubasse il soggetto, pensò lui stesso di riproporlo in lingua col titolo de’ La bottega del caffè. In tal modo creò un paio di nuovi elementi, forse in modo non del tutto consapevole (infatti nelle sue note non ne fa mai esplicita menzione), che conferiscono a quest’opera quei tratti che la rendono a mio avviso ancora appetibile oggi. In primo luogo nel suo intento di “universalità” egli contrappone un operoso e onesto veneziano a un nullafacente, arrogante e ciacolone napoletano (!).
Questo ci consente di individuare fin da subito la radice di alcuni pregiudizi che, questi sì, hanno fatto la storia e costume fino ad oggi
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Quando Goldoni scrisse in veneziano le disavventure di un giovane che non riusciva a sottrarsi al demone del gioco e subiva i torti di un pettegolo maldicente, pensò di aver toccato temi e caratteri degni di una maggiore universalità. Così, per evitare, senza peraltro riuscirvi, che qualcuno nella penisola italica gli rubasse il soggetto, pensò lui stesso di riproporlo in lingua col titolo de’ La bottega del caffè. In tal modo creò un paio di nuovi elementi, forse in modo non del tutto consapevole (infatti nelle sue note non ne fa mai esplicita menzione), che conferiscono a quest’opera quei tratti che la rendono a mio avviso ancora appetibile oggi. In primo luogo nel suo intento di “universalità” egli contrappone un operoso e onesto veneziano a un nullafacente, arrogante e ciacolone napoletano (!).
Questo ci consente di individuare fin da subito la radice di alcuni pregiudizi che, questi sì, hanno fatto la storia e costume fino ad oggi. In secondo luogo con il titolo La bottega del caffè egli resiste alla tentazione di indicare nel personaggio più compiuto il nodo della commedia come avrebbe dovuto fare se avesse seguito il dettato del sempre presente e persecutorio Molière con i suoi avari e misantropi. Così ci offre il destro per spostare l’attenzione su un ambiente, un microcosmo che per la sua compiutezza è, a sua volta, generatore di situazioni e personaggi. Quindi non commedia d’intreccio, ma (e questa è veramente una struttura contemporanea) vera e propria “situation comedy”. Così detta per il fatto che in questo genere drammatico viene individuato un luogo con caratteristiche tali da poter dar vita a personaggi e storie che si concatenano all’infinito. Alla base devono stare alcune figure fisse che si alternano nel ruolo di protagonisti e possono scomparire lentamente per far posto ad altri e consentire così una serie (serial) di situazioni che si susseguono e si intrecciano senza soluzione di continuità. Per poter resistere più a lungo possibile un mondo di tal fatta ha bisogno di una regola precisa: una omogeneità culturale che in questo caso, per le differenze di origine regionale, sociale e culturale dei personaggi, è costituita da quell’aura di bonarietà che tutto ammanta e a cui Goldoni diceva di trarre ispirazione come autentico progetto di vita. Nel nostro autore però alligna anche uno spiritello maligno (non si saprà mai quanto consapevole) che vede quella bonarietà in modo critico facendocela apparire, tra le righe, come una sorta di malcelata forma di omertà. Il disegno sottilmente perverso di questo mondo chiuso sarebbe dunque quello di riuscire ad assorbire al suo interno tutte le contraddizioni prodotte dalle varie tensioni dei personaggi. Quasi una metafora politica di un regime che elargisca piccoli benefici in cambio di continuità ed eterna sopravvivenza. Ma ecco che il genietto malignoso dell’autore si ribella ed è sufficiente che un personaggio (Don Marzio) voglia avocare a sé il ruolo di protagonista che quel piccolo mondo si squaglia con tanti discreti, ma altrettanto sarcastici, saluti da parte dell’autore stesso.
Raramente ho trovato un testo che inviti l’attore ad “abitare la scena” più di questo e nello stesso tempo solleciti a trovare nel moralismo untuoso, nella febbrile eccitazione drogata collettiva della caffeina e nella soffocante, claustrofobica dimensione di quel mondo, il bisogno reale e teatrale di abbandonarlo per la nostra salvezza. Anche la musica potrà essere usata come richiamo alla ciclicità propria di una commedia di situazione e svolgere, nello stesso tempo, la funzione di chiudere in quell’idea di ciclicità i destini dei personaggi. Gli interpreti infine, risucchiati da quello stesso ambiente onnivoro, entreranno nel ciclo drogato della Bottega in attesa, languida e febbrile, di uscirne dopo un paio d’ore di spettacolo. E se non fosse per l’incauta, ma provvidenziale iniziativa finale di Don Marzio, pubblico e attori sarebbero condannati forse a consumare la propria esistenza sulla soglia, tra il dentro e il fuori di quel luogo di benevola, diabolica e fatalistica attrazione.
Gigi Dall’Aglio


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