intestazione

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ZOE (1990)

Una produzione ERT Debutto: martedì 20 febbraio 1990

Correggio, Teatro Asioli
produzione Ater/Ert

di

Giancarlo Cabella

regia

Ruggero Cara

con

Ruggero Cara, Angela Finocchiaro, Marco Zannoni

scene e costumi

Emanuele Luzzati

allestimento sonoro

Paolo Ciarchi

luci

Enrico Bagnoli

assistente alla regia

Pina Guida

produzione

Ater/Ert

debutto

20/02/1990 Correggio, Teatro Asioli


Considero Zoe, più compiutamente di ogni altro mio testo teatrale, non tanto un copione per attori, quanto una partitura per voci.
Ho sempre pensato al mio lavoro di drammaturgo come a un artigianato assai più simile a quello del musicista-concertatore che non dello scrittore-sceneggiatore: la parola m'appassiona soprattutto per i suoi valori fonici e fisici, per il suo rimandare a un corpo più che non a una psiche o (peggio ancora) a una Mente.
Quel particolare, irriducibile legame di materia e di suono che si differenzia e si educa nel tenore, nel baritono, nel soprano.., nelle voci-corpi, nelle voci-destino; quell'intreccio essenziale di giocosità e dolore, di gravità e leggerezza che è proprio del canto, è quanto io ricerco nel comporre gli a solo, le cavatine, i duetti e i trii di questo mio teatro così vicino (nelle intenzioni) a Mozart - Da Ponte - Verdi - Piave - Puccini - Illica e così lontano da Pirandello - Brecht - Artaud - Beckett - Nessuno.
Se un autore ha il diritto di fornire una chiave di lettura per una sua opera e, se non di pretendere che venga a tutti i costi utilizzata, di consigliarne, almeno, l'adozione, io do agli spettatori il seguente consiglio: "disponetevi a vedere (e ad ascoltare), in Angela, uno splendido, cangiantissimo mezzosoprano; in Ruggero un nobilissimo tenore, un Caruso o un Kraus capaci anche di vibrar cupi nel registro del dramma; un Duca di Mantova che sappia farsi, all'occorrenza, Otello. E in Marco un dolentissimo baritono, un Papagéno senza gioia che non s'azzarda a diventare Rigoletto. E che invece assume, quasi per natural muta, le fattezze e i panni di una vecchia, dolente, ridicolissima donna".
Giancarlo Cabella


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(...) È Zoe l'ultima creatura di una "non voluta" ricerca comune, tesa alla "reinvenzione di un teatro leggero, senza condanna di sorta". Zoe: "Una favola leggera - la definisce Ruggero Cara - come si usa in musica, senza impedimenti di messaggi". E "leggerezza", dunque, è la parola chiave per esplorare lo spettacolo e l'universo poetico, culturale e esistenziale, entro il quale trova forma: una leggerezza che non può che essere "alla maniera di Calvino". Divertente, paradossale, pensosa. "Ho cercato di togliere peso ora alle figure umane - ha detto Italo Calvino nella prima delle sue Lezioni americane -, ora ai corpi celesti, ora alle città: soprattutto, ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio". È una lezione che Ruggero Cara, Giancarlo Cabella e Angela Finocchiaro hanno fatto propria.
Nella "favola leggera" di Zoe vediamo depositarsi, come un lievito, quella che appare una sorta di drammaturgia "dell'occhio e dell'orecchio": "un racconto - per Ruggero Cara - che recupera la superficie rispetto a pretesi valori della profondità". Una drammaturgia "fenomenologica". E la risposta e l'antidoto alla pesantezza di una storia generazionale: quella di Cabella, di Cara (41 anni), di Angela Finocchiaro (34 anni). Una generazione "un po' dispersa e afasica, priva di voci e di memoria". Voci e memoria di teatro, s'intende. (...)
"Senza peso" è il linguaggio dello spettacolo. "Un concertato musicale tra gli strumenti a disposizione", lo definisce Ruggero Cara. Dove gli strumenti sono i tre personaggi di Zoe, della Balia e del Poeta. A ognuno di essi è possibile abbinare un elemento primordiale: Zoe è l'acqua (e un grande mare il suo letto), terra è la Balia (nave-appoggio nella dinamica del racconto e della drammaturgia), aria è il Poeta, e come un soffio di vento si consuma la sua azione nello spettacolo. Un quarto personaggio, il rude Ermete, è assimilabile al fuoco: ma in scena di Ermete si sentirà soltanto parlare.
Il concertato musicale dei dialoghi varia dai duetti rapidi, quasi "mozartiani", della prima parte, al recitativo a tre voci della seconda. Dalle battute, tutte molto brevi, affiora di volta in volta il paradosso, l'umorismo, il grottesco. Il gioco del racconto, la "favola leggera", vuole che le parole creino situazioni letterali: "Bello da morire", esclama il Poeta dinanzi al suo imminente matrimonio con Zoe. E cade a terra stecchito. Il meccanismo non muta applicato al livello immediatamente più complesso: se Zoe racconta il suo sogno preferito, quello del Titanic che affonda, le parole ancora una volta descrivono qualcosa che accade veramente. Ed è del tutto normale e concreto che Zoe tema davvero di morire "di sogno". Intorno a questo ilare horror mortis si gioca il suo rapporto con la Balia. La sintassi dei sentimenti è quasi primitiva, la psicologia inesistente, azzerata su una nozione di piacere più verbale che emotiva. E, da parte dell'autore, una scelta consapevole e programmatica. Con cui attori e regista devono fare i conti. (...)
Brunella Torresin


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