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ANGELS IN AMERICA PARTE I (2007)

Si avvicina il millennio Una produzione ERT Debutto: mercoledì 2 maggio 2007

prima nazionale Teatro delle Passioni - Modena

di

Tony Kushner

traduzione

Mario Cervio Gualersi

regia

Ferdinando Bruni, Elio De Capitani

con

Elio De Capitani, Cristina Crippa, Ida Marinelli, Elena Russo Arman, Cristian Maria Giammarini, Edoardo Ribatto, Fabrizio Matteini, Umberto Petranca, Sara Borsarelli

scene

Carlo Sala

video

Francesco Frongia

costumi

Ferdinando Bruni

luci

Nando Frigerio

foto di scena

Tommaso Le Pera

produzione

Teatridithalia, Emilia Romagna Teatro Fondazione


Il Sunday Times l'ha definito "una Divina Commedia per un'età laica e tormentata; un terremoto nel teatro, sconvolgente, terribile e magnifico".
Sono parole eccessive? No. Le merita davvero quest’opera teatrale di Tony Kushner ambientata a New York nel 1985, e incentrata sulle vicende umane e sentimentali di due coppie: la relazione gay fra Louis Ironson e Prior Walter e il matrimonio fra l'avvocato mormone Joe Pitt e Harper, giovane moglie depressa; le loro storie s’intrecciano a quella di Roy Cohn, personaggio realmente esistito, famoso avvocato e potente faccendiere.
Bestseller mondiale, vincitore nel 1993 del Premio Pulitzer e di numerosi Tony Award, spettacolo avvenimento per la provocatorietà dei temi, che ne ha fatto oggetto di scandalo e di polemica, Angels in America è il dramma di questo fine secolo. Nel 2003 la HBO, emittente via cavo americana, ne ha tratto un film tv (che si è conquistato 5 Golden Globe e 11 statuette agli Emmy Awards) con un cast stellare - tra cui Al Pacino (nel ruolo di Roy Cohn), Meryl Streep (Hannah) e Emma Thompson (l’Angelo) - diretto da Mike Nichols (regista di Closer, Silkwood, Conoscenza carnale, Il laureato ecc.).
Diviso in due distinti lavori, Si avvicina il millennio e Perestroika, col sottotitolo di "fantasia gay su temi nazionali", il testo di Kushner è capace di evocare, con un’esplosione d’immaginazione che non ha eguali nella drammaturgia contemporanea, le visioni di due apocalissi che si specchiano e si intrecciano una nell’altra: quella del mondo gay colpito dall'Aids e quella dell’America nei meravigliosi anni di Reagan, colpita dai prodromi del neo conservatorismo (di cui qui, con folgorante anticipazione si colgono i primi sintomi, che culmineranno poi nella dottrina della guerra infinita. L’intreccio coinvolge un personaggio storico della caccia alle streghe del maccartismo, insieme a rappresentanti del melting pot della Grande Mela - neri, ebrei, mormoni, omosessuali dichiarati o nascosti, eterosessuali che non hanno ancora scoperto che il corpo è il giardino dell’anima – come annuncia l’Angelo al giovane profeta malato di Aids.
Specchiarsi in questo dramma (o commedia?), sia per un artista che per uno spettatore, è non solo doloroso ma anche esaltante. Da tempo l’arte del teatro ci ha abituato alle apocalissi, ma Kushner ha lottato contro l’angelo e ha vinto: il dolore più profondo e la commozione sono sempre accostati allo spiazzamento straniante dell’ironia e della leggerezza, producendo in noi la più alta catarsi liberatoria nell’amore per la vita (senza la vuota stupidaggine della consolazione a buon mercato).
Perchè Kushner intreccia Shakespeare e la Bibbia, Brecht e Dante, ma con il sapore dello humor gay, del witz ebraico e a volte anche della telenovela, toccando il sentimento profondo senza mai tradire l'ironia. E recuperando, nelle apparizioni tuonanti dell’Angelo, il gusto del Masque elisabettiano o dello spettacolo barocco italiano.
E questo miracolo dell’arte Kushner lo compie con gli strumenti più semplici del primigenio stupore teatrale, come leggiamo nel suo Appunto per una messinscena: “Il lavoro beneficia di un’impronta stilistica assai austera, con la scenografia ridotta al minimo e cambi di scena effettuati rapidamente (nessun buio) con l’impegno sia della compagnia che dei macchinisti – questo per sottolineare che deve essere un evento teatrale concentrato sugli attori. Gli elementi fantastici – l’apparizione e la scomparsa di Mister Bugia e dei fantasmi, la visione del libro e il finale – devono essere realizzati puntualmente, come esempi della meravigliosa magia del teatro, il che significa che il trucco si può anche vedere, e forse è bene che lo si veda, ma nello stesso tempo l’illusione dev’essere proprio stupefacente”.
Da anni Ferdinando Bruni (che ha anche tradotto Perestroika per l’edizione italiana di Ubulibri) e io inseguiamo l’idea di mettere in scena questo capolavoro di un teatro del tempo presente che sappia essere crudele e generoso con i suoi artisti e con il suo pubblico.
Bruni e io, dunque, firmeremo a quattro mani la regia dello spettacolo che mi vedrà anche interprete nel ruolo di Roy Cohn, avvocato di successo e già pupillo di MacCarthy, il senatore che scatenò la terribile nuova caccia alle streghe che infangò la storia degli Stati Uniti nel dopoguerra. “Il personaggio – dice lo stesso Kushner - è basato sul defunto Roy M.Cohn (1927-1986) che era fin troppo reale; la maggior parte delle azioni attribuite al personaggio Roy, ad esempio i suoi contatti illegali con il giudice durante il processo di Ethel Rosemberg, sono documentate dagli archivi storici (i coniugi Rosemberg finiranno alla sedia elettrica per l’accusa di alto tradimento intentata dalla commissione MacCarthy, ndr): ma questo Roy è opera di fantasia; le sue parole sono inventate e mi sono preso una certa libertà. Il vero Roy morì nell’agosto 1986; questo Roy, per esigenze del dramma, muore in febbraio”.
Accanto a me due attrici storiche della compagnia dell’Elfo Cristina Crippa e Ida Marinelli, la giovane Elena Russo Arman, oltre a un cast di giovani attori.
Elio De Capitani

Lo scenografo Carlo Sala ha immaginato, complice l’architettura industriale del Teatro delle Passioni, di trovarsi in una galleria newyokese degli anni Ottanta, aperta ad accogliere performance di ogni tipo; seguendo questa intuizione ha voluto ricostruire l’ambiente essenziale della sala modenese, con mura di mattoni chiari, anche nello spazio dell’Elfo per le repliche autunnali. Gli elementi scenografici sono solo quelli indispensabili al procedere dell’azione: in questo testo, che attraversa numerosi interni e paesaggi, le parole hanno una grande forza evocativa, proprio come in Shakespeare. I pochi oggetti e arredi richiamano l’arte americana degli anni Ottanta, la pop art, il segno Keith Haring, e anche i contributi video di Francesco Frongia assecondano questa idea iconografia. Non mancheranno, in tutto ciò, trucchi teatrali di tipo tradizionale, dichiarati e visibili, come vuole l’autore: “Gli elementi fantastici devono essere realizzati puntualmente, come esempi della meravigliosa magia del teatro, il che significa che il trucco si può anche vedere, e forse è bene che lo si veda”.



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