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CINEMA CIELO (2003)

Una produzione ERT Debutto: martedì 8 luglio 2003

Teatro degli Atti, Rimini - Festival Santarcangelo dei Teatri

adattamento scenografico

Patrizia Aroldi, Vincenzo Del Prete, Danio Manfredini, Giuseppe Semeraro

ideazione e regia

Danio Manfredini

con

Patrizia Aroldi, Vincenzo Del Prete, Danio Manfredini, Giuseppe Semeraro

assistente alla regia

Patrizia Aroldi

luci

Maurizio Viani

realizzazione colonna sonora

Marco Olivieri

macchinista

Giulio Bonini

tecnico luci e suono

Davide Cavandoli

produzione

Emilia Romagna Teatro Fondazione, Festival Santarcangelo dei Teatri


C'era una volta a Milano il Cinema Cielo, una sala cinematografica a luci rosse ora chiusa.
Lo spettacolo è ispirato a questo luogo e mette una lente d'ingrandimento su un'umanità per la quale il sesso è bisogno, evasione, merce, voglia di compagnia e fantasma d'amore.
Lo sguardo è rivolto alla sala cinematografica, lo spettatore spia le presenze che abitano il luogo. Il sonoro del film che scorre è liberamente ispirato ad un romanzo di Jean Genet e racconta di Louis che tutti chiamano Divine, dei suoi amanti e di Nostra Signora dei Fiori, seducente assassino.
Trasferendo l'opera di Genet in una partitura sonora per quadri e intrecciandola con la vita di un cinema a luci rosse, prende forma un'opera che risuona della complessità del romanzo e lo aggancia fortemente al mondo contemporaneo.
L'universo carcerario diventa il buio mondo del cinema, metafora della stessa esclusione, sfida alla morale comune. Le voci dei personaggi del film si fanno evocazione dello spessore poetico dell'opera di Genet.
Lo spettacolo vive dell'incontro di due mondi che si appartengono, indissolubilmente legati e le ombre che abitano il Cinema Cielo fanno riemergere le ombre e il mondo di Genet.

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Da una conversazione con Danio Manfredini
a cura di Oliviero Ponte di Pino

dal catalogo del Festival Santarcangelo dei Teatri 2003.

(...)Cinema Cielo nasce da un atto di disamore nei confronti del teatro, da un tradimento. È il frutto del desiderio di prendere il romanzo Nostra Signora dei Fiori di Genet, un autore che Danio ama e sul quale ha lavorato spesso, e di trarne un film. Poi, a un certo punto, mentre lavora con due attori, Patrizia e Giuseppe, si accorge che quel progetto non gli interessa più e probabilmente il film non si farà mai, che ama il teatro e non il cinema, e che forse dopo dieci anni di scritture e riscritture è venuto il momento di usare quel materiale, quell'esperienza, per realizzare uno spettacolo teatrale che parta dal quel mondo e da quelle atmosfere. Un nuovo innamoramento, un nuovo viaggio.
Come al solito è un percorso lungo e tortuoso. Oltre un anno di lavoro e di prove, chiedendosi che ruolo dovessero avere sulla scena Genet e il suo romanzo. "Nostra Signora dei Fiori", spiega Danio, "è ambientato negli anni Quaranta, ma a me non interessa una ricostruzione storica o di atmosfera. A me interessa il presente".
Così Genet e la sua lingua poetica - ma spogliata da ogni tentazione intellettualistica o letteraria - si riducono a sfondo sonoro. Diventano il parlato del film porno che si proietta nel Cinema Cielo. Nostra Signora dei Fioritrasformato in un film hard (...). Fino a qualche tempo fa i corpi degli attori dei film hard, danzavano i loro amplessi sullo schermo del Cinema Cielo, una di quelle sale a luci rosse che hanno prosperato tra la liberazione sessuale e l'avvento delle videocassette. "È chiuso da anni, lo stanno buttando giù. Ma era un mondo affascinante, quello dei cinema a luci rosse. Ci andavano persone molto diverse: l'uomo sposato, il gay che voleva fare sesso, il trans in cerca di clienti, il ragazzo curioso, qualche puttana, magari una coppia un po' strana. Oggi quelle sale sono state sostituite dai club privés, dove inevitabilmente c'è una fauna più selezionata".
Quegli spettatori Danio li ha studiati, come un antropologo in visita a una tribù che si sta estinguendo nel fondo di una foresta equatoriale. Ha inventato una trentina di personaggi che animano la platea, ma anche l'atrio con la cassiera, e i cessi... È qui, in questa umanità variegata e fuori orbita, che affiorano il vissuto, la contemporaneità.
All'inizio c'era una grande quantità di appunti, proposte, mondi, idee. Poi bisogna, come al solito, vedere "se la scena ti risponde o no". Perché quello di Danio Manfredini non è il lavoro di un drammaturgo che scrive e poi mette in scena. Non c'è mai un testo (o una partitura gestuale) da rappresentare, una sceneggiatura da eseguire, ma materiali e spunti da ordinare - dopo essere stati sperimentati, forgiati, affinati sulla scena. Dopo aver trovato la loro verità nell'azione teatrale, nel gesto.
Ecco dunque Danio mettere alla prova il suo Cinema Cielo con tre compagni d'avventura e di ricerca, tre attori certo non accademici (...). Il percorso non può essere lineare. Le soluzioni non sono mai facili, perché devono apparire necessarie. "Così alla fine ci sono due copioni molto diversi: quello da cui sono partito e quello a cui siamo arrivati dopo un anno di lavoro in sala". Per esempio che fare di Genet e della sua presenza nel romanzo, come narratore e motore della vicenda, come testimone e carburante lirico? "Se si toglie la presenza di Genet, il romanzo si impoverisce. In fondo gli altri personaggi sono caratterizzati per pochi tratti e accadimenti, a dare complessità e densità al romanzo sono le parole di Genet".
Dunque Nostra Signora dei Fiori, ridotto a sfondo sonoro, si specchia in quello che accade nella sala: "Il film e la sala sono due mondi che rimandano l'uno all'altro. Scorrono autonomamente, indipendentemente, ma poi ci si accorge che le parole del film hanno una connessione con quel che accade in sala - anche se sono cose molto diverse".
È un mondo complesso, quello di Genet, così come è complesso quello di Danio, denso di influenze colte e di ossessioni personali, che s'intessono in un linguaggio teatrale complesso e articolato. Il loro incontro produce altre stratificazioni, nuove complessità.
"Nella prima parte nel film ci sono amore, sesso, erotismo; in sala ci sono i trans - dunque si va verso una transazione. A quel punto si arriva a un passaggio verso la seconda fase: i personaggio di Genet vanno incontro al loro destino, alla morte, mentre cerchiamo di entrare nell'interiorità dei personaggi in sala."
Tuttavia l'obiettivo di Danio resta la semplicità, senza mai rischiare la semplificazione. La popolarità, senza mai cercare l'applauso facile, anzi. È la ricerca di una comunicazione e di una comprensione immediata, che non abbia bisogno di strumenti culturali complessi per essere decodificata. Perché è un linguaggio che si basa sugli elementi fondamentali del nostro essere nel mondo: il corpo e il suo rapporto con lo spazio, il gesto come espressività immediata, il sentimento - l'amore e l'abbandono. Così, quando questo artista raffinato afferma "Cerco la semplicità, la popolarità", dice semplicemente il vero.

RASSEGNA STAMPA
Cinema Cielo di Danio Manfredini è una Classe morta a luci rosse, un teatro della memoria e della devianza, una danza della morte e della perversione. Ma è sempre attraversato dall'ironia e da un sentimento di umana pietà che accomuna i personaggi, gli attori e gli spettatori, tutti ugualmente mostruosi e umani...
A dare vita a questa straordinaria galleria composta di decine di figure è un quartetto d'attori di straordinaria potenza e disponibilità: Danio Manfredini in primo luogo, e con lui Patrizia Aroldi, Vicenzo Del Prete e Giuseppe Semeraro. E' grazie a questo moltiplicarsi di presenze, alla loro danza a volte grottesca e a volte struggente che le ossessioni private, personali di Danio Manfredini, il suo sentimento della diversità e della bellezza, trovano per la prima volta dopo i suoi memorabili assoli una dimensione oggettiva e insieme collettiva.
Cinema Cielo diventa così una lancinante meditazione sulla natura umana, sulla sua fragilità, sulla possibilità di trovare la poesia dentro e oltre la pornografia. E' una intricata meditazione sul corpo (sulla sessualità) e sullo sguardo: i corpi degli attori e quelli dei manichini con cui a volte s'accoppiano, lo sguardo della platea del Cinema Cielo che s'incrocia con quello degli spettatori sulla superficie di uno schermo inesistente. Ci sono squarci di quotidianità quasi bozzettisica, con le esilaranti controscene delle cassiere, in grado di accettare e di far accettare qualunque pratica sessuale come un banale fatto della vita. C'è la bellezza e il degrado dei corpi che si accoppiano nello squallore del cinema. C'è un'ironia, e una autoironia, di fondo, che sdrammatizzano e riportano ogni comportamento a una dimensione semplicemente umana, e dunque da accettare come tale.
Ma poi - alla fine di questo canto della diversità, dell'amore e della morte - c'è anche, seppure eccessivamente sottolineato nel finale, il sospetto che tutto questo rimandi a qualcosa d'altro, a una realtà più terribile e segreta, che non sappiamo dire, e men che meno definire, ma di cui sentiamo l'oscura potenza non appena ci abbandoniamo a noi stessi.
Oliviero Ponte di Pino, ateatro


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