intestazione

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ODISSEA (2009)

Una produzione ERT Debutto: martedì 24 febbraio 2009

Teatro delle Passioni, Modena

testo, regia, luci

César Brie

con

Mia Fabbri, Alice Guimaraes, Lucas Achirico, Cynthia Callejas, Gonzalo Callejas, Karen May Lisondra, Paola Oña, Ulises Palacio, Juliàn Ramacciotti, Viola Vento

scene

Gonzalo Callejas

musica

Pablo Brie

costumi

Giancarlo Gentilucci, Teatro de los Andes

direzione musicale

Lucas Achirico

aiuto regia

Daniel Aguirre, Alice Guimaraes

produzione

Teatro de los Andes, Emilia Romagna Teatro Fondazione, Fondazione Pontedera Teatro

in collaborazione con

Armunia Festival Costa degli Etruschi, Fondazione Fabbrica Europa


Nelle sue note di regia César Brie indica alcuni punti salienti per la messa in scena: "L'Odissea racconta anche la guerra, ma soprattutto la perdita e il ritorno. Il viaggio, l'esilio, l'amore passionale, l'amore sublimato, la discesa nell'Ade, il canto delle sirene che è allo stesso tempo desiderio allo stato puro e voce del ricordo.
Ulisse è il migrante, il curioso, il guerriero, il naufrago.
Se la sua figura incarna nostalgia, scaltrezza, disperazione, lotta per la sopravvivenza, altri personaggi incarnano fedeltà, attesa, ricerca del padre, nostalgia.
Persino i morti si accalcano di fronte al sangue degli animali sgozzati in sacrificio per dire la sua, per testimoniare.
Ci sono nella Odissea tutti gli aspetti del racconto. La fiaba, la magia, gli eventi, i ricordi, la lotta contro la natura, contro i propri compagni, contro i mostri e contro se stessi.
Chi sono gli Ulisse di oggi? Gli artisti nel loro perenne viaggio attraverso le forme, gli impiegati, ancorati nei loro uffici che vanno via immobili con la loro immaginazione, i migranti che arrivano sulle nostre spiagge naufraghi, fuggendo dai mostri della miseria e la guerra, e la cui fuga adesso si vuole sanzionare come delitto.
Di tutto questo parla l' Odissea. Il racconto dei racconti agli albori dell'uomo.

RASSEGNA STAMPA
Corriere della Sera 27 febbraio 2009
Estratto dalla recensione di Massimo Marino
"César Brie torna in Italia per sorprenderci con spettacoli popolari e profondi, che fanno ridere, trascinano, costringono a pensare. In fuga giovanissimo dalla dittatura della sua Argentina, fece teatro nel nostro paese e poi con Odin Teatret. Rincasò infine in Sud America, novello Ulisse, fondando in Bolivia il Teatro de los Andes.
All'inizio erano giovanissimi i suoi attori, freschi, ingenui se volete. Diciassette anni dopo sono in gran parte gli stessi, con alcuni volti nuovi approdati alla casa-teatro vicino Sucre. Non hanno perso quelle due caratteristiche che Brie pretende: essere poeti, cioè capaci di creare attraverso il fare, e professionisti, ossia coerenti nel "professare le proprie motivazioni, confessarle in pubblico". L'Odissea presentata a Modena è magia, rapimento, divertimento, proiezione nel mito di una vita che potrebbe essere quella di uno qualsiasi di noi. Ulisse è perso dietro sogni o in fuga da guerre e miserie; è un migrante ma anche un uomo inquieto, che forse comunque non rimarebbe davanti al focolare. Tutto avviene in uno spazio vuoto, dove lunghe canne mobili disegnano, di volta in volta, ambienti interni o ampi orizzonti. Basta un tappeto per evocare l'isola di una affascinante Calipso, vestiti rosso fuoco e movenze seducenti per precipitare da Circe, un abboffarsi di schifezze da fast food per trasformare i marinai in porci. Polifemo è un losco trafficante di esseri umani che si spostano attraverso le frontiere. Il giovane Telemaco sulle orme del padre scopre la durezza di un mondo cinico. La violenza incombe, ma l'amore è invincibile, e non importa se è deviato, magari dalle "vacche del sole" un gruppo di fascinose pin up anni '50, su una spiaggia lascive. Ogni scena è una invenzione, una danza, una nostalgia, una ferita inferta da un mondo poco abitabile, che nonostante tutto viviamo. In fondo, oltre le ombre dei nostri morti che come vento sfuggono, c'è sempre qualcosa da ritrovare: un cane fedele, dei Proci da sgominare, un vecchio padre, una Penelope da riabbracciare, i nomi di chi si è perso... Con attori che non si finisce mai di applaudire, dopo quasi tre ore leggere e feroci come un bel sogno inquieto."


Liberazione 28/2/2009
Il regista argentino César Brie mette in scena l’“Odissea” del presente
L’Ulisse quechua, migrante in fuga tra scafisti, frontiere e Coca Cola
Fernando Marchiori

Ulisse è un emigrante boliviano, Polifemo il capo di una banda di criminali che rapina e uccide i clandestini. Cariddi è il Golfo di Guatemala da cui partono i loro gommoni per approdare alle coste messicane, Scilla il deserto che li divora alla frontiera statunitense, dove i Lestrigoni, turisti della disperazione altrui, li aspettano per fotografarli come trofei prima di abbandonarli al loro destino miserabile. Non si lascia certo paralizzare da una lettura reverenziale dei classici, il regista argentino César Brie. A dieci anni dall’indimenticata Iliada (capolavoro applaudito in lunghe tournée in America Latina, Europa e Stati Uniti), il Teatro de los Andes torna alle radici della cultura occidentale con una Odissea colorata e multietnica che ha debuttato al Teatro delle Passioni di Modena per poi girare l’Italia fino a maggio.
Quasi tre anni di preparazione in Bolivia, dieci attori in scena, due ore e mezza di continue invenzioni tra ironia e compassione, danze e acrobazie. Se ne La Iliada Brie ricavava, sulla scorta di Simone Weil, un discorso sulla violenza e la guerra, mettendo al centro dello spettacolo la tragedia senza catarsi dei desaparecidos nelle dittature sudamericane, nell’Odissea legge le storie dei migranti di oggi: i naufraghi che arrivano sulle nostre coste «fuggendo dai mostri della miseria e della guerra, e la cui fuga adesso si vuole sanzionare come delitto», spiega il regista. Che non dimentica la sua personale odissea di esiliato dall’Argentina dei militari golpisti.
E se stavolta lui non è in scena come attore, un po’ della sua vicenda di rifugiato politico in Italia negli anni Settanta, di apolide del teatro tra l’Europa e le Ande risuona nelle parole di molti personaggi. Per lo spazio scenico a impianto frontale, con la quadratura fatta di totoras (le sottili canne del lago Titicaca), Gonzalo Callejas ha progettato una struttura estremamente versatile di 110 lunghi bambù appesi a binari ruotanti che consente rapidi cambi di scena e, incrociando una partitura luci essenziale, risuona e crea mille ambienti e passaggi, trasformandosi in case, boschi, recinti, colonne, mura, vento, mare. Il viaggio di questo Ulisse quechua (lo stesso Callejas) non è quello dell’eroe dantesco, il “folle volo” oltre le colonne d’Ercole che verrà letto come prefigurazione dell’impresa di Cristoforo Colombo. Qui la prospettiva è capovolta nello sguardo di chi chiama la “scoperta” col suo vero nome: conquista. Lo sguardo di chi da Cinquecento anni subisce ed è perciò legittimato a parlare nel nome delle moltitudini umiliate e offese. Itaca è il non-luogo di un tempo irrimediabilmente perduto.
Così il movimento di ritorno è interminabile, è sempre nostos ma senza nostalgia, quando non assume le forme brutali del rimpatrio forzato, della deportazione. Del resto Ulisse non se la passa poi male nelle sue peregrinazioni.
Brie ne fa la parodia da un’alcova all’altra. Una Calipso (Karen May Lisondra) che ha qualcosa della ninfa cantata da Pascoli, costretta da una telefonata di Zeus (Ulises Palacio) a lasciar partire l’eroe, gli strapperà un ultimo amplesso nelle acrobazie di un combattimento amoroso, una danza di calci, sputi e mosse marziali. Circe (Alice Guimaraes) è una maga che balla la saia della minoranza nera della Bolivia tropicale al suono dei tamburi, e soccombe subito al fascino dello straniero liberando i suoi uomini dall’incantesimo di hamburger e coca-cola. Sui trampoli, come il virgulto di un canneto palustre, la fresca Nausicaa di Viola Vento accoglie Ulisse nell’isola dei Feaci e se ne innamora. Quanto a Penelope, una misurata Mia Fabbri (che il pubblico italiano ha già conosciuto due anni fa come interprete insieme a Brie di Otra vez Marcelo) passa dagli iniziali tratti della joyciana Molly Bloom a quelli più vicini al testo omerico nella parte finale, pur conservando un tono soliloquiante che ne fa un personaggio enigmatico e sfuggente. Ma anche le altre figure femminili emergono con profili originali, dalla
madre Anticlea che appare nella discesa all’Ade senza poter abbracciare il figlio, mentre i morti inginocchiati tra le canne mangiano illuminati solo dai riverberi delle loro ciotole creando suoni acquei, alla serva Melanto che in Omero non ha voce mentre qui ritrova parola e dignità prima di venire impiccata per il suo tradimento. Dalla provocante Afrodite (Paola Oña) all’onnipresente suggeritrice Atena. Parallelo a quello di Ulisse è il viaggio di Telemaco (Julián Ramacciotti) alla ricerca del padre. Incontra Menelao, fanfarone ubriaco, nella sua casa in festa per le nozze di Ermione. Scova Nestore (Lucas Achirico) sulla sedia a rotelle in una corsia d’ospedale, i moncherini delle braccia amputate che si agitano mimando la battaglia, il corpo che sussulta negli spasmi dei ricordi. Le danze, che nell’Iliada traducevano gli scontri sotto le mura di Troia, qui informano i flussi migratori, le rotte clandestine, le fughe. Immediata la loro conversione dai confini Usa a quelli italiani. Sbarchi e centri di detenzione sono gli stessi. I Minuteman (volontari che pattugliano armati la zona del deserto) non sono così diversi dalle ronde padane. Lo spettacolo insomma parla di noi, anche quando rigira il coltello nelle piaghe andine. Perché non c’è più un ordine antico e giusto da restaurare, come poteva sembrare dalla lettura omerica di Botho Strauss che Luca Ronconi ha portato in scena un paio d’anni fa. Nella Odissea del Teatro de los Andes, montata mentre la Bolivia era sull’orlo di una guerra civile, il disordine è sostanza e l’ordine formale è quello di un passato che abbiamo sempre davanti, secondo il pensiero aymara. La ciclicità del tempo cambia l’idea stessa di ritorno e di giustizia. Così Tiresia ha lo sguardo di un emigrante che rientra in Bolivia dopo vent’anni, mentre i Proci che umiliano Ulisse parlano come i razzisti che a Sucre, nei terribili fatti del 24 maggio 2008, schernirono e picchiarono gli indios (su youtube il drammatico video girato in quell’occasione da Brie).

FRANCO QUADRI - La Repubblica 2.3.09
L’ODISSEA GRINGA DI CESAR BRIE

E’ un’Odissea “gringa” quella di César Brie per il suo Teatro de los Andes, in una prima parte che vede susseguirsi gli ozi di Ulisse tra Calipso e Circe, mentre il figlio Telemaco fa visita ad altri eroi già rientrati da Troia, e a Itaca i Proci violentano le donne. Ma il re è nell’isola dei Feaci a raccontare le sue peripezie e confonde Troia con la Bolivia di chi recita, facendo del ritorno un viaggio disperato per entrare nel “primo mondo”, cioè negli Usa, per la via degli emigranti senza visto tra migliaia di poliziotti cacciatori, e l’Ulisse di Gonzalo Callejas, rientrato a casa, carico di sangue dopo la vendetta, diventa un simbolo.


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