Reggio Emilia, Teatro Ariosto
produzione Emilia Romagna Teatro, Associazione I Teatri Reggio Emilia
Christopher Marlowe
Roberto Sanesi
Giancarlo Cobelli e Giampaolo Innocentini
Giancarlo Cobelli
Adriano Arrigo, Massimo Belli, Giuseppe Calcagno, Felice Casciano, Dario Cassini, Giampiero Cicciò, Tony Contartese, Daniela Giordano, Giampaolo Innocentini, Ivan Lucarelli, Mauro Mandolini, Arrigo Mozzo, Giuliano Oppes, Salvatore Palombi, David Sebasti, Gian Paolo Valentini
Antonio Tocchi
Marina Luxardo
Dino Villatico
Robert John Resteghini
Emilia Romagna Teatro, Associazione I Teatri Reggio Emilia
20/10/1994 Reggio Emilia, Teatro Ariosto
Edoardo II nasce come ‘progetto speciale’ al Cantiere d’Arte di Montepulciano dove viene messo in scena per due sole recite. Giancarlo Cobelli lo riallestisce quindi per Emilia Romagna Teatro centrando, ancora una volta, il cuore poetico di un testo impervio e scabroso.
Il capolavoro di Marlowe è ispirato a uno dei fatti più truci della storia d’Inghilterra: l’assassinio di Edoardo II consumato nei sotterranei del castello di Berkeley nel 1327.
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Uno dei motivi per cui Edoardo II viene spesso equivocato, è per il soffermarsi con insistenza speculativa sul rapporto Edoardo-Gaveston. In effetti il testo è un capolavoro paragonabile alla Gioconda: l'enigmatico sorriso di Monna Lisa sembra una risposta ai diversi stati d'animo di chi si avvicini al quadro, sembra voler rispondere a qualsiasi domanda, a qualsiasi angoscia o qualsiasi serenità. Edoardo II è estremamente contemporaneo nella direzione della "ricerca dell'uomo". La tematica affrontata da Marlowe a mio avviso è questa: un uomo può essere assassino, depravato, stupido, vacuo, legato a tutti i valori esteriori dell'essere (la corona, il potere, il denaro) ma arriva a un punto della vita nel quale, per un incontro, per un'incidenza o perché si trova ad un bivio, è costretto a fare i conti con la sua parte interiore perché, come dice la Yourcenar "siamo su questo pianeta tutti per lo stesso compito", cioè per armonizzare il nostro interno con l'esterno e migliorare il karma che ci portiamo nel momento stesso in cui veniamo al mondo.
Edoardo ha come incidenza l'incontro con Gaveston (Gaveston è un meccanismo), e percorrendo il suo "calvario" o espiazione abbandona tutti gli orpelli, le sicurezze esteriori, le corone, gli orgogli, la superbia, la viltà, per andare a contattare il suo vero essere. Questo è un messaggio dalla portata enorme: qui Marlowe non parla più del singolo, ma dell'Uomo. Da qui scaturisce il lirismo del finale, che ci fa dimenticare tutta la crudeltà, la stupidità del personaggio (le cronache descrivono Edoardo come un uomo vacuo, superbo, puntiglioso, capriccioso, infido).
Un altro filone di grande contemporaneità si dipana nell'Edoardo -in questo caso sociale e politico- dato dalle fazioni dei Pari, avidissimi e repressi, che non vogliono assolutamente mutare il sistema a cui sono legati, una struttura medioevale di natura ancora feudale, sovrastata da una Chiesa cattolica di potere determinante.
Edoardo rappresenta, bene o male, con tutte le sue aberrazioni, un re che va avanti, che cammina, orecchiando dentro le sue piccole ambizioni l'Umanesimo che già arrivava dall'Italia, e preannuncia in un certo senso la decadenza del principe rinascimentale: un sovvertitore del sistema.
Marlowe era definito "l'eretico" (in realtà, come Pasolini, era fortemente cristiano) ed in una battuta -parlando proprio di Roma- dice: "Nelle tue chiese dove non c'è Cristo" (anzi la traduzione letterale sarebbe "anticristiane"). Nel finale Edoardo si rivolge a Dio e le sue sofferenze sembrano imitare quelle di Cristo. Ho nominato Pasolini, potrei citare Caravaggio: le sue opere dal buio emergono sempre alla luce.
da un'intervista di Federico Pirani a Giancarlo Cobelli
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